Un nuovo inizio…

renzieprimarieIl punto politico, speciale Primarie PD. A leggere “Repubblica”, pare che Babbeo Renzie sia tornato a Palazzo Chigi. Invece – e qui vorrei dare una notiziola a Scalfari – ha solo vinto le elezioni del suo quartierino. Un quartierino sempre meno affollato: lo dicono i numeri. 1 milione e mezzo di elettori smarriti in dieci anni e 1 milione in meno rispetto alle ultime primarie, con un crollo verticale nelle cosiddette regioni “rosse”. Il fatto che il più presentabile dei candidati sia arrivato ultimo la dice lunga sull’acume politico dei votanti, accecati dal Tg1 e incapaci di distinguere uno statista da uno sparaballe. Del resto basta dare un’occhiata all’età media degli stessi, ben oltre i sessant’anni, per comprendere che il PD sta correndo a grandi falcate verso l’estinzione. Chissà cosa pensavano di votare i tanti anziani accompagnati dalle badanti? Forse il referendum tra Repubblica e Monarchia, oppure la regina (si fa per dire) del sabato sera, scegliendo tra Maria De Filippi e Milly Carlucci. Chissà, magari qualcuno avrà chiesto se tra i candidati c’era anche Berlinguer, mentre qualcun altro pensava di dire no all’invasione sovietica in Ungheria. Oltre a Repubblica, giornale che ormai fa rimpiangere “L’Unità”, l’unico a prendere sul serio il risultato è stato Babbeo Renzie. Quello che doveva ritirarsi dalla politica dopo la batosta subita al referendum. “E’ un nuovo inizio” ha detto Babbeo sputacchiando nel microfono. Io, invece, direi che siamo già ai titoli di coda.

Giornali? No, grazie.

la-settimanaFino al 2006 ero un divoratore di giornali. Quotidiani, settimanali, riviste: non mi facevo mancare nulla. Leggevo tutto, con bramosa avidità, tralasciando solo il gossip e la cronaca nera. Leggevo tutto, ben sapendo che solo il 20% di quello che passava davanti ai miei occhi poteva essere considerato attendibile. La mia curiosità è stata la chiave per raggiungere l’indipendenza di pensiero. Mi è sempre piaciuto osservare la realtà e la psiche umana, cercando di cogliere gli aspetti più reconditi e misteriosi. Anche per questo mi è sempre riuscito abbastanza agevole stanare le menzogne e la malafede.
Oggi compro solo la Settimana Enigmistica e, qualche volta, il Fatto Quotidiano. Il mio edicolante, che prima mi accoglieva con un sorriso a 32 denti, oggi mi saluta a malapena. Dal 2006 m’informo solo sul web. Gratis. Qualche sito di fiducia, molte ricerche e diverse incursioni nei principali organi d’informazione internazionali.

Remuntada!

barcaFine di un ciclo a chi? Ritirate tutto quello che avete detto e scritto negli ultimi quindici giorni. E magari, la prossima volta, siate meno superficiali nelle vostre analisi. Certo, adesso direte che il PSG sta alle competizioni europee come Bianca Atzei  alla musica. Certo, adesso direte che arbitro e fortuna hanno inciso sulla “remuntada”. Eppure dopo l’andata avete “venduto” all’opinione pubblica quel roboante 4-0 come l’impresa del secolo, celebrando i francesi oltre i loro meriti. Eppure i rigori di ieri sera, se guardate le immagini tv con occhio obiettivo, c’erano entrambi. Netti e non nettissimi. Ma c’erano.

La verità? Quando il Barcellona decide di fare sul serio, non c’è squadra al mondo che possa resistergli. E, probabilmente, molte altre formazioni, ieri sera, avrebbero fatto la fine del PSG. Juventus compresa.

Più che da Messi, in formato dimesso, la gara è stata decisa da un Neymar ai massimi storici: sua la punizione che ha rimesso in carreggiata i catalani dopo la rete stronca gambe di Cavani. Suo il sublime assist, convertito in rete da Sergi Roberto all’ultimo respiro di un match epico.

E’ un 6-1 storico e forse irripetibile. Quarti di finale riagguantati quando tutto sembrava perduto e un messaggio chiaro e trasparente lanciato alle altre pretendenti al successo finale: chi vuole alzare al cielo la Coppa dalle grandi orecchie dovrà fare i conti con il Barça. Come sempre.

Eroe per caso

ranieriNon c’è niente da fare. L’informazione italiana non perde mai l’occasione per dimostrare tutto il suo conformismo e la propria autoreferenzialità. Prendiamo il caso Ranieri, esonerato qualche giorno fa dal Leicester. Tutti a indignarsi per il “brutale” trattamento ricevuto dal tecnico italiano e nessuno che si sia permesso di andare a frugare nelle pieghe della vicenda. Niente analisi serie, niente valutazioni obiettive, soltanto la triste autodifesa di un eroe per caso. Si, perchè la definizione calza a pennello a Claudio Ranieri, capitato al posto giusto nel momento giusto. Per passare, appunto per caso, alla storia.

Al suo posto avrebbe potuto esserci Mandorlini, oppure Mazzarri, o magari Maran. Tutti meno Zeman, uno che non vincerebbe neppure se fosse l’unico partecipante. Nulla sarebbe cambiato. Ve lo dice uno che, la scorsa stagione, ha visto quasi tutte le partite del Leicester. Mai successo fu più assistito dalla buona sorte. Una fortuna sfacciata e irripetibile. Mai visto niente di simile da quando seguo il footbal: Vardy e Mahrez tiravano da centrocampo e centravano il sette, Huth e Morgan vincevano tutti i rimpalli, Schmeichel parava in maniera fortuita qualsiasi conclusione, respingendo con disinvoltura anche i numerosi tentativi di autogoal dei compagni, Kante recuperava anche i palloni sfuggiti ai raccattapalle, il macchinoso Ulloa entrava dalla panchina e segnava semplicemente soffiando sul pallone. Dove non arrivava la dea bendata, ecco l’esagerato dispendio fisico di tutti gli effettivi, capaci di consumare in una sola stagione tutte le energie di un’intera carriera.

Ecco, tutto questo, in uno scenario irripetibile (vedi crisi generale delle grandi tradizionali) ha permesso al Leicester di conquistare un titolo impronosticabile alla vigilia. Impresa che le “volpi” stanno, inevitabilmente, pagando in questa stagione. Sia in termini di fortuna, oggi ai minimi storici, sia in termini atletici. Vedi la pessima forma di quasi tutti i calciatori della rosa. Metteteci anche il ridimensionamento delle stelle della squadra (Vardy e Mahrez) e avrete il quadro completo del naufragio. Ampiamente previsto dal sottoscritto alla vigilia del torneo. Ditemi che ruolo ha avuto, in tutto questo, Claudio Ranieri? Nessuno. Proprio per questo è stato licenziato. Perchè i primi a fare la nostra analisi, assolutamente oggettiva, sono stati proprio i dirigenti del Leicester.

Perchè Sanremo è Sanremo…

albanoPerchè Sanremo è Sanremo. E quindi, parafrasando il Marchese del Grillo, noi non siamo un cazzo. Basta, questa storia va avanti da tanti, troppi anni. E, se proprio volete saperlo, le canzoni di Sanremo, insieme ai tweet di Gasparri e al plastico di Cogne, sono i motivi che hanno indotto l’Isis a dichiarare guerra all’Occidente. Del resto anch’io, quando vedo Albano e Gigi D’Alessio, provo l’irresistibile impulso di acquistare una Smith & Wesson. Perché Sanremo, musicalmente, vale molto meno dello Zecchino d’Oro. E, come fascino, se la gioca al massimo con la sagra del fungo prugnolo.

Sia chiaro, non sono in discussione le voci, ma le canzoni. Conosco almeno un miliardo di cantanti che sanno cantare, il problema è che i loro brani sono accattivanti come le sedute spiritiche di Romano Prodi. E, se non hai le canzoni giuste, sono Razzi tuoi. Ma, tutto sommato, i brani, nella loro eterna insulsaggine, costituiscono il contorno di un piatto ormai maleodorante. Il tanfo si avverte già guardando i promo della manifestazione, ideati da qualche psicopatico in libera uscita.

Cinque giorni per celebrare il nulla, in un contesto socio-economico che fa tremare i polsi. La verità è che Sanremo è da tempo diventato un carrozzone inutile e costoso, palcoscenico ideale per raccomandati e miracolati, sfogo naturale per i poveretti usciti da quelle fabbriche d’illusioni chiamate pomposamente talent. Guardarlo è autolesionismo puro, boicottarlo una forma di resistenza civile a un Sistema che salva le banche e ignora le istanze dei terremotati.

Nella foto: la voce che fa tremare i lampadari e girare i coglioni.

Al servizio dei lettori…

Personalmente giudico un giornalista da come si pone di fronte al potere. Purtroppo – lo dico con profondo dispiacere – il panorama generale è alquanto desolante. Le penne davvero libere, sincere e indipendenti si contano sulle dita di una sola mano, il resto è distribuito nelle categorie che sto per elencare.
1) I leccaculo e gli zerbini. Ovvero quelli che hanno fatto carriera gozzovigliando all’ombra del potere, Costoro, lesti a salire sul carro del vincitore, hanno la faccia tosta di modificare in corsa le proprie idee (?), adeguandole prontamente alle esigenze del nuovo padrone.
2) La cosiddetta fascia democristiana. Ovvero quelli che non prendono posizione neanche in camera da letto, evitando sistematicamente di esprimere giudizi sul potente di turno. Piuttosto che rischiare ritorsioni, si trincerano dietro un rumoroso silenzio.
3) I finti oppositori. Ovvero quelli che si piazzano dalla parte degli ultimi, anche se in realtà non gliene frega proprio un bel niente delle fasce più deboli. Il loro vero scopo è guadagnare visibilità, successo e denaro ricoprendo il ruolo moralmente ambito di spina nel fianco del sistema. Anche se – fateci caso – le loro critiche sono fin troppo morbide e gentili. Altrimenti non troverebbero spazio nei talk show politici.

PS – Ovviamente loro, i giornalisti, dai leccaculo, ai democristiani, fino ai finti oppositori, vi diranno sempre che sono al servizio dei lettori.

La grande musica (4° puntata)

elpContinua il mio viaggio nella grande musica. Ogni settimana racconterò la storia di artisti che hanno lasciato il segno, creando una classifica, ovviamente personale, dei loro brani migliori. Sette canzoni, una per ogni giorno della settimana. La quarta puntata è dedicata a Emerson, Lake & Palmer
Quando Keith Emerson, tastierista di estrazione jazzistica ma con la smodata ambizione di “rivisitare” la musica classica, incontra Greg Lake, bassista e cantante dei già affermati King Crimson, scatta subito il feeling. E, a quel punto, per far nascere il sound inconfondibile degli ELP, manca un solo tassello: la batteria e le percussioni di Carl Palmer. L’alchimia darà luce e respiro a un vero e proprio supergruppo del progressive, con tre straordinari musicisti al servizio di un unico, scintillante progetto. L’avventura, durata nove anni, produrrà 10 album in studio, alcuni dei quali epici, 13 live e 11 raccolte, ritagliandosi d’ufficio un posto di primissimo piano nella storia del rock. Keith Emerson, suicidatosi nel Marzo scorso con un colpo di pistola, proveniva dai Nice, una band che sfornava un rock composito confidando nei virtuosismi del suo fondatore. Greg Lake, piegato pochi giorni fa da una malattia incurabile, non voleva più saperne dei “Re Cremisi”, gruppo che aveva messo in piedi insieme al geniale Robert Fripp. Carl Palmer proveniva invece dagli Atomic Rooster, band heavy metal di discreto successo. Il trio, seguendo le coordinate tracciate da CSN & Young, decidero di adottare l’acronimo ELP, utilizzando unicamente i loro cognomi. L’impatto fu devastante. Il loro primo album, intitolato semplicemente “Emerson, Lake & Palmer”, rimane ancora oggi, a 46 anni di distanza una pietra miliare della musica rock. Anche se, a mio parere, il loro lavoro più riuscito è “Trillogy”. Comunque tutta la loro produzione, con qualche inevitabile stecca legata all’usura, va considerata di altissimo profilo. La band si scioglie nel Dicembre del 1979, per poi tornare, sull’onda della nostalgia, nel 1992. Una reunion che non aggiungerà nulla alla loro leggenda.

La classifica

7° posizione – C’est La Vie, tratto dall’album Works volume 1, pubblicato nel 1977.

Una ballata acustica malinconica e raffinata nel tipico stile di Greg Lake, arricchita dall’Orchestra dell’Opera di Parigi.

6° posizione – Only Way (L’unico modo), tratta dall’album Tarkus, pubblicato nel 1971. Il brano, diviso in due parti, parla di guerra. La musica è una rivisitazione in chiave progressive della Toccata e Fuga in Fa maggiore di Bach.

5° posizione – Nutrocker (rocker pazzo), tratto dall’album Pictures at an Exhibition, pubblicato nel 1971. Altro viaggio nella musica classica per ELP. Stavolta si tratta di un omaggio a Pëtr Il’ič Čajkovskij e al suo celeberrimo Schiaccianoci, riadattato con classe e maestria dal trio.

4° posizione – Fanfare For The Common Man (Fanfara per l’uomo comune), tratto dall’album Works volume 1, pubblicato nel 1977. La versione rock di una canzone cult negli Stati Uniti. Scritta nel 1942 da Aaron Copland e riproposta 35 anni dopo da ELP in una cover da urlo.

3° posizione – The Endless Enigma, parte 1 e 2 (L’enigma senza fine), tratto dall’album Trilogy, pubblicato nel 1972. Una meravigliosa suite del trio, divisa in due parti.

2° posizione – Lucky Man (Uomo fortunato), tratto dall’album Emerson, Lake & Palmer, pubblicato nel 1970. Pare che Greg Lake abbia scritto questa superba ballata alla tenera età di dodici anni. Forse la canzone più conosciuta degli ELP. Non la più bella (secondo me), per quella dovete aspettare domani.

1° posizione – From The Beginning (Fin dal’inizio), tratto dall’album Trilogy, pubblicato nel 1972. Ogni volta che ascolto questa canzone (anche se chiamarla canzone è riduttivo) mi sento in pace e in armonia con il mondo. E, come dice Greg Lake nel testo “You were meant to be here, From the beginning. (Era destino che fossi qui, fin dall’inizio).

La grande musica (3° puntata)

pinkContinua il mio viaggio nella grande musica. Ogni settimana racconterò la storia di artisti che hanno lasciato il segno, creando una classifica, ovviamente personale, dei loro brani migliori. Sette canzoni, una per ogni giorno della settimana. La terza puntata è dedicata ai Pink Floyd.

Le stanze umide della solitudine, il vento che sferza i pensieri, il cuore che incespica sul red carpet di una rumorosa ragione. La pioggia sottile che batte ritmicamente sui tuoi sogni, l’ombra di un amore perduto nei labirinti del passato e le mani che cercano di afferrare il senso della vita. La fuga dalla realtà ha il colore plumbeo della musica dei Pink Floyd. Una colonna sonora che ha attraversato gli anni settanta con la veemenza di un ciclone, lasciando segni permanenti dentro l’anima. Un’avventura psichedelica nata nel 1965, frutto dell’incontro tra uno stralunato e geniale pittore (Syd Barrett) e alcuni studenti d’architettura (David Gilmour, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright) e conclusa malamente – dopo furiosi litigi e insanabili dissidi – ventinove anni dopo con “The Division Bell”. Anche se, in pratica, il gruppo aveva già perso la sua identità nel 1983, dopo il polemico addio di Roger Waters. Il colpo di coda di “The Endless River”, anno 2014, disco in memoria del tastierista Richard Wright, scomparso sei anni prima, non aggiunge quasi nulla alla storia leggendaria di una band che ha prodotto 15 album in studio, alcuni memorabili, e tournèe che hanno saputo coniugare musica e immagini in un delirio multimediale esaltante e ricco di suggestioni. Ancora oggi, il suono e lo stile inconfondibile dei Pink Floyd accarezza le guance del tempo, entrando senza preavviso nei meandri più segreti delle nostre esistenze. E, ogni volta, è un viaggio infinito dentro noi stessi.

La classifica

7° posizioneMarooned (Abbandonato). Tratto dall’album “Division Bell”, pubblicato nel 1994. Uno dei brani meno conosciuti dei Pink Floyd, uno strumentale caratterizzato dalla chitarra avvolgente di David Gilmour e dal verso struggente dei gabbiani.

6° posizioneThe Final Cut (Il taglio finale). Tratto dall’album omonimo, pubblicato nel 1983. La canzone che sancisce l’addio di Rogers Waters ai Pink Floyd. Un congedo vibrante e malinconico, scandito da quella frase che, ancora oggi, rimbomba nell’aria “Non ho mai avuto il coraggio di dare il taglio finale”.

 5° posizione – One of These Days (Uno di questi giorni). Tratto dall’album Meddle, pubblicato nel 1971. Il basso incalzante di Rogers Waters fa da apripista allo stratosferico assolo di David Gilmour. Il testo della canzone contiene solo una frase “One of these days I’m going to cut you into little pieces”, messaggio non certo subliminale rivolto a un dj della tv pubblica inglese.

 4° posizione – The Great Gig in the Sky – (Il grande concerto del cielo). Tratto dall’album Dark Side of the Moon, pubblicato nel 1973. Protagonista della canzone, quasi interamente strumentale e con un brevissimo testo che s’interroga sulla morte, è la cantante inglese Clare Torry, capace di improvvisare sulla musica scritta da Wright, una serie di vocalizzi in stile gospel, con risultati da brivido. Per quella performance, registrata in una domenica di Gennaio, Clare ottenne un compenso di trenta sterline.

 3° posizione – Comfortably Numb (Piacevolmente insensibile). Tratto dall’album The Wall, pubblicato nel 1979. Waters e Gilmour, autori del brano, si alternano al canto creando un’atmosfera ammaliante che trova il giusto sfogo nell’antologico assolo finale di Gilmour

 2° posizione –  Shine on You Crazy Diamond (Continua a splendere pazzo diamante) tratto dall’album Wish You Were Here, pubblicato nel 1975. La commovente dedica dei Pink Floyd al genio ingovernabile di Syd Barrett. Una suite divisa in due parti, che rapisce la mente e il cuore. Un raggio di luce che illumina la notte e purifica l’anima.

1° posizione – Wish You Were Here (Vorrei che fossi qui) tratto dall’album omonimo, pubblicato nel 1975. Uno dei brani più profondi e toccanti dei Pink Floyd, con un testo denso di significato, ancora una volta dedicato a Syd Barrett. “Quindi tu pensi di saper distinguere il paradiso dall’inferno e
I cieli azzurri dal dolore. Sai distinguere un campo verde da una fredda rotaia d’acciaio? Un sorriso da un pretesto?
Pensi di saperli distinguere?”.

La grande musica (2° puntata)

bowieContinua il mio viaggio nella grande musica. Ogni settimana racconterò la storia di artisti che hanno lasciato il segno, creando una classifica, ovviamente personale, dei loro brani migliori. Sette canzoni, una per ogni giorno della settimana. La seconda puntata è dedicata a David Bowie.

Camaleontico, ingegnoso, eccentrico, raffinato, sgargiante, criptico. Sono solo alcuni dei tanti aggettivi utili a definire la figura di David Robert Jones, in arte David Bowie. Eppure per raccontare un personaggio così complesso e ridondante, bisogna partire da Terry: il fratellastro schizofrenico dell’artista londinese. E’ stato proprio Terry, morto suicida nel 1985, a influenzare inconsapevolmente la personalità e la musica di David, eternamente sintonizzata sulle onde dell’innovazione.

Una costante e disperata ricerca del nuovo, il bisogno urgente di percorrere sempre strade poco battute, spiazzando ogni volta critica e fans. Dopo gli inizi vagamente folk, inseguendo il soffio nel vento di Bob Dylan, eccolo attraversare i territori vistosi del glam rock, genere inventato dal suo amico Marc Bolan e poi perfezionato da Bowie attraverso una continua esasperazione del look – più che mai ambiguo – e da una teatralità che consentirà in seguito al nostro eroe di cimentarsi anche come attore.

Chiusa la parentesi appariscente del glam, riflesso della “sua” swinging London, Bowie abbandona il trucco pesante per scandagliare i sentieri americani del funky, del soul e del rhythm’n’blues. L’infatuazione dura solo un paio d’anni, prima che il palcoscenico venga occupato dall’aristocratica presenza del “Duca Bianco”, l’ennesima trovata dell’istrione inglese. L’immagine è completamente rivoluzionata: niente più orpelli e ricami, il ribelle controverso lascia spazio a un signore elegante e ricercato. Un dandy che incanta la platea flirtando con la cultura decadente e gli umori glaciali di Berlino.
E’ l’ennesima esplorazione di Bowie, stavolta fulminato dalla musica elettronica. Nasce così “Heroes”, forse il suo disco più bello, insieme a “And The Spiders from Mars” e Hunky Dory”. Un capolavoro che non spegnerà la sete di cambiamento di David, desideroso di farsi contaminare anche da generi più impegnativi come progressive e jazz. Il 10 Gennaio 2016, dopo 25 album in studio e 3 colonne sonore, David Robert Jones, in arte David Bowie, perde la sua lunga e dignitosa battaglia contro il cancro. Prima di diventare un puntino invisibile nel cielo invernale di New York, il “Duca Bianco” fa in tempo a pubblicare “Black Star” una sorta di testamento spirituale. L’ultimo respiro musicale di un artista ipnotico e maestoso. Uno dei più grandi in assoluto.

La classifica

7° posizione – Dollar Days (L’epoca dei soldi) – tratto dal suo ultimo album “Blackstar”, pubblicato nel 2016. Una ballata raffinata, velata di una tristezza insolita per David. Forse l’ultima testimonianza della malattia che l’ha portato via.

6° posizione – Warszawa – tratto dall’album “Low”, pubblicato nel 1977. La collaborazione con Brian Eno consente a David di affacciarsi alla finestra della sperimentazione ambientale. Warszawa è un brano maestoso e forse eccessivo. Non c’è un testo vero e proprio, solo suoni che alimentano l’interpretazione stralunata del “Duca Bianco”.

5° posizione – Changes (Mutamenti) – tratto dall’album “Hunky Dory”, pubblicato nel 1971. In questo brano apparentemente spensierato, David fa una profonda riflessione sul tempo che scorre e sulle scelte che cambiano la nostra vita. “Devo solo cambiare identità, il tempo può cambiarmi. Ma io non posso inseguire il tempo”.

4° posizione – Starman (Uomo delle stelle) – tratto dall’album “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, pubblicato nel 1972. Un ritornello unforgettable “There’s a starman waiting in the sky, He’d like to come and meet us, But he thinks he’d blow our minds” per una delle canzoni cult dell’artista londinese. L’uomo delle stelle non è più con noi, ma la sua musica resiste magicamente all’usura del tempo.

3° posizione – Space Oddity (Stranezze spaziali) – tratto dall’album omonimo, pubblicato nel 1969. Ispirata dal film di Stanley Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, racconta il viaggio nello spazio del maggiore Tom, personaggio ovviamente inventato. Ma il testo è solo una brillante metafora della solitudine e della delusione per la fine del suo rapporto con la ballerina Hermione Farthingale.

2° posizione – Heroes – tratto dall’album omonimo, pubblicato nel 1977. Il brano, scritto a quattro mani con Brian Eno, raggiunge vette di pathos inaudite, grazie anche alla chitarra di Robert Fripp. Il testo racconta di una storia d’amore ai tempi della guerra fredda.

1° posizione – Life on Mars? (C’è vita su Marte?). Tratto dall’album Hunky Dory (anno di uscita 1971).
Il pianoforte di Rick Wakeman, tastierista degli Yes, introduce e accompagna una delle melodie più belle della storia della musica pop. Una canzone immortale, nata per caso in un strada di Londra, con un testo stralunato, che mette insieme Topolino e John Lennon.