La grande musica (1° puntata)

neilOggi inizia il mio viaggio nella grande musica. Ogni settimana racconterò la storia di artisti che hanno lasciato il segno, creando una classifica, ovviamente personale, dei loro brani migliori. Sette canzoni, una per ogni giorno della settimana. La prima puntata è dedicata, per forza di cose, al mio più grande mito musicale: Neil Young.

Chiedermi di scrivere di Neil Young è come invitare una madre a parlare del suo bambino. Troppo facile. Perché per me il cantautore canadese è un punto di riferimento assoluto nell’universo della musica contemporanea. Le sue canzoni hanno marchiato a fuoco la mia adolescenza imprimendo alla vita di chi scrive le traiettorie di quella solitudine che poi è il marchio di fabbrica delle persone indipendenti. Una solitudine che, a seconda del momento, può avere il volto gentile della poesia oppure le sembianze furenti della ribellione.

Neil, per me, è come uno di famiglia. Conosco a memoria quasi tutte le sue canzoni e non può essere un caso se siamo nati entrambi sotto il segno dello scorpione. La prima cosa che mi ha colpito di Neil? La voce Quel falsetto che scava solchi di malinconia dentro al cuore. Quel falsetto che ho cercato di riprodurre milioni di volte, al punto che gli amici mi chiamavano Renato Young. Un falsetto inconfondibile e toccante, eppure quasi irrilevante di fronte alla prorompente bellezza delle canzoni. Dalle folgoranti ballate, che raggiungono vette di lirismo Leopardiano, alle trascinanti cavalcate rock, permeate di quella disobbedienza civile, unica arma efficace contro l’arroganza della politica.

Del resto la vita non è stata agevole per “The Loner”, figlio di genitori separati e colpito dalla poliomelite all’età di 6 anni. La chitarra elettrica come valvola di sfogo di una giovinezza inquieta e solitaria, vissuta sulle montagne rocciose del Canada. Il mal di vivere da appendere alle pareti della cameretta, vicino al poster di Elvis. La prima e propria vera band, dopo la fugace esperienza con gli Squires, formata insieme all’amico-rivale Stephen Stills. I Buffalo Springfield. Anno di grazia 1966. Da quella parentesi biennale, ci piace estrapolare un brano magico: Expecting To Fly. Da ascoltare almeno due volte al giorno. Prima e dopo i pasti.

I tanti amici perduti sui sentieri scivolosi della droga, l’epilessia, i due matrimoni falliti e altrettanti figli venuti al mondo con una forma di paralisi cerebrale. 52 album, compresi quelli dal vivo, 4 colonne sonore e altrettante raccolte. Senza contare il suo fondamentale contributo al supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young. Una prolificità non sempre sinonimo di qualità, ma questo è fisiologico per un artista che ha attraversato da protagonista 50 anni di musica rock, spaziando da un genere all’altro senza mai perdere la sua identità. In fondo Neil è rimasto sempre uno di noi. Uno che combatte ogni giorno per un mondo migliore.

La classifica

7° posizione – Only Love Can Break Your Heart (Solo l’amore può spezzarti il cuore) – Un valzer country di rara intensità e bellezza, una melodia che si insinua nelle vene in pochi nanosecondi. Tratto dall’album After The Gold Rush (anno di uscita 1970).

6° posizioneWill to love (Forza d’amare)
E’ uno dei brani più segreti e intimisti di Neil, in pratica il racconto di un sogno. Sette minuti di profonda suggestione. Tratto dall’album American Stars n’ Bars (anno di uscita 1977).

5° posizioneA Man Needs a Maid (A un uomo serve una domestica)
In questa canzone, arricchita dal contributo della London Symphony Orchestra, Neil canta in modo disincantato e ironico il suo amore per l’attrice Carrie Snodgrass. Tratto dall’album Harvest (anno di uscita 1972).

4° posizioneLike A Hurricane (Come un uragano)
Una delle più intense cavalcate rock dell’artista canadese, caratterizzata dal suono avvolgente e distorto della chitarra di Neil. Tratto dall’album American Stars’n’Bars (anno di uscita 1977).

3° posizioneTired Eyes (Occhi stanchi)
Una delle canzoni più cupe e struggenti di Neil, in memoria di Danny Whitten e Bruce Berry, due suoi amici musicisti morti per droga. Tratto dall’album Tonight’s The Night (anno di uscita 1975), un disco interamente dedicato al dolore.

2° posizioneMy My Hey Hey
L’inno al Rock and roll di Neil, una perla acustica di luccicante bellezza, scandita dal ricordo di Elvis (“Il Re è andato ma non lo dimentichiamo”) e dallo sguardo del canadese gettato sul nuovo che avanza, il punk, con la citazione di Johnny Rotten, leader dei Sex Pistols. E poi quella frase del testo “It’s better to burn out, than to fade away” (Meglio bruciare fino in fondo che dissolversi nel nulla) contenuta nel biglietto d’addio di Kurt Cobain, cantante dei Nirvana.Tratto dall’album Rust Never Sleeps (anno di uscita 1979).

1° posizioneAfter The Gold Rush (Dopo la corsa all’oro)
La magia di una voce e di un pianoforte, con l’insolita presenza dei corni, in un delicato e utopico affresco che avvolge il cuore e spiazza l’anima. Una melodia epica e immortale, da custodire gelosamente nei cassetti della memoria.
Tratto dall’album After The Gold Rush (anno di uscita 1970).

L’esatto contrario…

Prima la Brexit, poi Roma, Torino, il no alle Olimpiadi, oggi Trump. domani – probabilmente – il No al referendum. La gente, ormai, fa l’esatto contrario di quello che suggeriscono i media. Tutto questo perchè le persone – grazie a Internet – hanno cominciato ad aprire gli occhi. E oggi non si fanno più abbindolare dai venditori di fumo.