Nati sotto il segno dei gemelli

La storia del calcio non abbonda di gemelli famosi. Scavando nel passato rivediamo le sagome dei due fratelli Van de Kerkhof, Willy e Renè, leggende del calcio orange. Olandesi anche i 2 De Boer, Frank e Ronald. Meno noti ma comunque abbastanza conosciuti anche i gemelli Barros Schelotto (Guillermo e Gustavo) e gli svedesi Thomas (grande portiere) e Andreas Ravelli. Per continuare coi danesi Ebbe e Peter Sand e gli ormai calcisticamente attempati ex nazionali polacchi Marcin e Michal Zewlakow, ancora stoicamente in attività di servizio. Rimanendo ancorati al presente vengono in mente  Hamit e Halil Altintop, gli svizzeri Philipp e David Degen, i russi Aleksei e Vasili Berezutskiy e i gemelli brasiliani del Man U, Rafael e Fabio da Silva. Ma la statistica necessita di un perentorio aggiornamento, vista la crescita esponenziale di Sven e Lars Bender, due ragazzi destinati a ritagliarsi uno spazio importante nel football del prossimo futuro. Nati a Rosenheim, città che dista 60 km da Monaco di Baviera, i gemelli Bender sono arrivati giovanissimi al Monaco 1860, che li fatti esordire in prima squadra a soli 17 anni. Per la cronaca, oltre a debuttare in Zweite Liga prima di Sven, nel 2008 Lars è stato addirittura insignito della fascia, diventando a soli 19 anni il capitano più giovane nella storia della squadra bavarese. I due fratelli hanno molte cose in comune, tra cui il ruolo: centrocampista difensivo. Non solo grinta ed agonismo ma anche piedi non disprezzabili. Doti che non potevano passare inosservate in un Paese tradizionalmente generoso con i nuovi talenti. Nel 2009 le strade dei due gemelli si sono divise: Sven si è trasferito al Borussia Dortmund, Lars è stato acquistato dal Bayen Leverkusen. Entrambi, dopo un breve periodo di acclimatamento, sono diventati titolari inamovibili delle squadre allenate da Jurgen Klopp e Robin Dutt. Sven, la scorsa stagione, ha vinto la Bundesliga. Lars si è consolato quest’anno con il passaggio agli ottavi di finale di Champions League. Anche se l’accoppiamento con il Barcellona non induce certo all’ottimismo in chiave qualificazione ai quarti. Calciatori dal fulgido presente e dall’avvenire assicurato, i due gemelli di Rosenheim hanno anche imparato in fretta le regole del professionismo. Forse è bastato non prendere esempio da Balotelli.

Josè, por què?

Un tempo, diciamo fino al secondo anno di panchina al Chelsea, Josè Mourinho non mi dispiaceva affatto. Vuoi per la sua storia personale – una sberla in faccia ai luoghi comuni del calcio – vuoi per quel suo approccio diretto, ruvido e scostante. Tipico di chi vuole distinguersi dal gruppo. Tutto il contrario dei mille tecnici leccaculo che infestano il mondo del pallone. Ma gli uomini si conoscono soprattutto nel momento della sconfitta. E il portoghese, alle prime batoste, si è palesato in tutto il suo squallore. Scarso rispetto per avversari e direttori di gara, “eccesso” di agonismo trasmesso ai propri giocatori e zero sportività. Atteggiamenti caratteriali che in realtà mirano a nascondere la pochezza tattica del lusitano, abile solo come motivatore e fin troppo furbo nel “caricare” a suo favore gli eventi. Le dichiarazioni di ieri sera, dopo l’ennesimo Barca-Real («Impossibile vincere al Camp Nou»), non aggiungono nulla al personaggio, ormai definitivamente uscito dai labirinti del buon senso.  «Impossibile vincere al Camp Nou». Eppure l’Hercules, che oggi gioca in Segunda, nel settembre del 2010 è riuscito nell’impresa.Troppo comodo scaricare ogni volta le colpe sull’arbitro. Dopo che Fernando Teixeira ha “graziato” Diarra (andava cacciato nel finale del primo tempo) ed espulso Sergio Ramos (doveva essere sbattuto fuori molto prima) solo a due minuti dalla fine. Dopo che Fernando Teixeira ha tollerato per tutta la gara il gioco intimidatorio dei vari Pepe e Fabio Coentrao. Niente da fare: il declino etico di Mourinho è oramai ai minimi storici. Così come la memoria del portoghese: due Champions League vinte grazie agli errori arbitrali. Roba da stendere ogni volta il tappeto rosso al passaggio dei referee. E allora la domanda, caro Mourinho, te la facciamo noi: Josè, por què?

Uno che vale il prezzo del biglietto

Premessa doverosa: seguo  Zlatan Ibrahimovic da “sempre”. Ovvero dal giorno del suo esordio in Allsvenskan, massima divisione svedese. Era il 19 Settembre 1999 e Zlatan, 18 anni non ancora compiuti, faceva il suo ingresso in campo, dopo essere partito dalla panchina, nella gara contro l’Halmstad. La “segnalazione” era arrivata da un amico svedese, che mi aveva scritto a chiare lettere “questo ha tutto per diventare un top player”. Parole profetiche. Zlatan mi ha colpito subito per quel suo modo spavaldo di stare in campo. Personalità da riempire uno stadio. Tecnica mostruosa. A dispetto di un fisico ingombrante e di quel paio di sci al posto dei piedi. L’unico dubbio era legato al suo carattere fumantino e alla totale mancanza di disciplina tattica. Feci il suo nome a diversi operatori di mercato italiani, ricevendo in cambio molta indifferenza e qualche risposta piccata. Così, dopo essere stato ad un passo dall’Arsenal Wenger si era presentato al campo d’allenamento del Malmoe con la maglia dei gunners – Ibra venne acquistato dall’Ajax per circa 9 milioni di euro. Cifra ridicola per un calciatore di quel livello. Il resto è storia nota, anche grazie alla recente autobiografia di Zlatan, libro che non ho avuto ancora il piacere di leggere. Il lungo preambolo serve solo a sottolineare la mia sconfinata ammirazione, prettamente calcistica, per Ibra. Uno che sa fare, con uguale efficacia, sia il rifinitore che la prima punta. Un campione atipico. Da collocare tra i primi 5 giocatori al mondo. Meglio di lui, per il sottoscritto, solo Messi, Cristiano Ronaldo, Xavi e Iniesta. Ibra incide. Parecchio. E sbagliano coloro che, non potendo mettere in discussione i suoi numeri (gol e assist) in campionato, si rifugiano nell’ormai logoro luogo comune “Ibra è ininfluente in Europa”. Va anche smentita la leggenda popolare del suo fallimento al Barca. Vi sembrano poche 16 reti in 29 gare di campionato? Più i 5 gol segnati in Champions e Coppa del Re e i 12 assist in tutte le competizioni? Che Ibra, solista che esige il centro della scena, non fosse adatto all’orchestra denominata Barca, non ci voleva un genio a capirlo. Ma non è colpa di Zlatan se, a stagione in corso, Guardiola si è inventato Messi nel ruolo di finto centravanti alla Nándor Hidegkuti, togliendo progressivamente spazio e motivazioni allo svedese. In doppia cifra da sei stagioni consecutive (compresa quella in corso, dove può già vantare il lusinghiero score di 19 reti in 23 partite complessive), Zlatan sarà anche venale, prepotente e rissoso. Sempre meglio che ipocrita e banale: come il 95% dei suoi colleghi. A differenza di altri, Ibra non ha mai rinnegato i 2 scudetti vinti sul campo con la Juve. Lui, portato in Italia da Moggi, aveva perso il suo punto di riferimento. Cosa doveva fare: seguire i bianconeri in B? E se lo svedese avesse capito in anticipo le intenzioni di John Elkann? Non possiamo biasimarlo per aver detto no alla simpatica parodia della Juventus 1897/2006. E pazienza se per ingraziarsi i nuovi tifosi ha dovuto professarsi interista fin da piccolo. Ibra è così: prendere o lasciare. Uno “politicamente scorretto”. Uno che probabilmente mette a repentaglio le regole di quello che gli spagnoli chiamano vestuario. Ma mille volte meglio pagare il biglietto per vedere lui, artista del pallone, che gente come Matri, Pazzini e Gilardino. Bravi ragazzi senz’arte né parte.

La musica del silenzio

Questo è un Paese sguaiato. Tutti gridano, tutti strepitano, tutti fanno confusione. Strilla la tv discarica, coi suoi programmi spazzatura e i suoi eroi di plastica. Strillano i giornali, titoloni a nove colonne per raccontare il nulla che ci circonda. Strillano i politici, spesso per sfuggire alle larghe maglie della giustizia. L’Italia è diventata come un martello pneumatico: 130 decibel sparati ininterrottamente dentro le nostre orecchie. Tutti parlano ma pochi hanno veramente qualcosa da dire. Tutti parlano e nessuno ascolta. Ormai esisti solo se alzi il tono della voce. Ovviamente per sparare stronzate sesquipedali. Viceversa, quelli che urlano per attirare l’attenzione sulle cose veramente significative non vengono mai presi sul serio. In questo luogo sempre più incivile, abitato da persone prive di memoria storica, è più comodo mettere in prima pagina l’ultimo discorso di Montezemolo oppure le dichiarazioni sempre uguali di Bossi, Casini e Bersani. I problemi si evadono anche sbattendo in copertina il presunto mostro di turno. E pazienza se poi risulterà innocente: nessun tribunale potrà mai togliergli il marchio infamante della santa inquisizione mediatica. Fateci caso, il 70% delle notizie che trovate sui giornali non sono fatti ma opinioni travestite da fatti. Forse c’è un solo modo per rispondere al rumore: la musica del silenzio. Non è mai troppo Biscardi per rifiutarsi di partecipare al dibattito.

Forever Young

Ci sono persone che non abbiamo mai avuto il piacere di frequentare. Eppure ci sembra di conoscerle da sempre. Persone che, con le loro melodie, hanno scandito diversi giorni della nostra esistenza. Il falsetto di Neil Young, canadese scontroso e solitario, nato sotto il segno dello scorpione come il sottoscritto e una nota squadra di calcio (oggi tenuta in vita artificialmente) ha attraversato gli anni settanta come un uragano, fino ad insediarsi stabilmente nelle parti più recondite del cuore. Parabola personale complicata quella di Neil, poliomelitico fin dalla più tenera età e figlio di genitori divorziati. La sua ancora di salvezza è la musica, valvola di sfogo contro l’inquietudine e la malinconia. Il ragazzo di Toronto ha un talento naturale e le sue composizioni non passano inosservate. Nel 1968, a 23 anni non ancora compiuti, il debutto solista con un disco intitolato semplicemente “Neil Young”. Da allora, il geniale canadese ha messo insieme qualcosa come 35 lavori realizzati in studio, 10 dal vivo, 2 colonne sonore e 2 raccolte. Senza contare le 3 produzioni frutto della collaborazione con Crosby, Stills e Nash. Una prolificità che non ha intaccato più di tanto la creatività di un’artista per certi versi camaleontico. Capace di passare, con sprezzo del pericolo e disinvoltura, dalla ballata suadente al rock più duro, dal blues al soul, fino a spingersi negli oscuri labirinti del punk, “esplorato” per la prima volta da Neil nel 1975, con il memorabile “Tonight’s the night“. Sopravvissuto al whisky e alle droghe pesanti, Young ha sempre saputo trovare le risorse per riemergere dal sottoscala del dolore. Le sue produzioni più riuscite, oltre al già citato “Tonight’s the night” (il suo disco più sofferto) sono, senza dubbio alcuno, “Harvest” e “After the gold rush”. Da menzionare anche “Rust never sleeps” e il sottovalutato “American stars’ n’ bars”, album che contiene 2 capolavori assoluti come “Like a Hurricane” (una chitarra che squarcia l’anima) e l’ipnotica “Will to love”, brano cult per gli amanti del Neil nostalgico e intimista. Anche se il tempo ha in parte inaridito la sua ispirazione, Neil conserva lo spirito combattivo degli esordi. Polemico e anticonformista, qualche volta paranoico, sempre sul filo di un equilibrio precario, Young continua ad affascinarci con quella voce che sembra racchiudere tutti i suoi tormenti interiori. Per sintetizzare la sua grandezza basta usare un solo aggettivo. Emozionante.

Il Tevez delle cinque

Carlos Tevez, ottimo giocatore con un pessimo carattere, non andrà al Milan. Il signor “Spinga Meani, spinga” aveva già virtualmente in tasca il contratto del bizzoso l’argentino: vedi foto, più eloquente di ogni parola. Poi, Pato, ormai destinato al PSG, si è messo di traverso. Magari, ad intralciare i piani del geometra di Monza, è stata Barbara Berlusconi, la fidanzatina del brasiliano. Oppure, ad interrompere la trattativa – sentiti gli umori della piazza – c’ha pensato Silvio in persona. Alla fine, sia pure involontariamente, a guadagnarci è stato solo il Milan. Vi spieghiamo perchè. 1.Tevez, 28 anni a Febbraio, è uno che pretende il posto fisso in squadra. Altrimenti crea scompiglio nello spogliatoio. E a Milanello, con gente come Ibrahimovic e Boateng, basta poco per accendere la scintilla. 2. Pato, 23 anni a Settembre, oltre ad avere più classe e 5 anni e mezzo in meno dell’argentino, accetta la panchina (più o meno) senza fiatare. 3. Tevez ha un ingaggio molto più sostanzioso di Pato. Il fatto che l’argentino non sia tesserabile per la Champions – competizione non alla portata dei rossoneri – ci sembra invece un particolare del tutto insignificante. Anche se la vicenda potrebbe ancora riservare qualche colpo di scena, fossimo in Galliani, al di là della figuraccia mediatica, tireremmo un grosso sospiro di sollievo. Pato, nonostante qualche infortunio di troppo, secondo noi incide più di Tevez. Anche se, per consacrarsi definitivamente, il brasiliano avrebbe bisogno di uno psicologo del calcio. Per esempio, uno come Hiddink.

Ci sono cose

Ci sono cose che assolutamente non si fanno. Per esempio bere Dom Perignon del ’53 a una temperatura superiore ai 4 gradi centigradi (James Bond, nell’interpretazione dell’unico ed inimitabile Sean Connery).

Ci sono cose che assolutamente non si fanno. Tipo cambiare la ricetta delle lasagne. Sacrilegio.

Ci sono cose che assolutamente non si fanno. Per esempio ascoltare una canzone di Albano. Se avete problemi di stitichezza è un altro discorso.

Ci sono cose che assolutamente non si fanno. Tipo fidarsi delle promesse di un politico. I marinai, al confronto, sono uomini di parola.

Ci sono cose che assolutamente non si fanno. Per esempio parlare quando in tv trasmettono Le ali della libertà. “Ma l’hai già visto 200 volte!”. Chi se ne frega. I capolavori meritano rispetto.

Ci sono cose che assolutamente non si fanno. Tipo schierare una gloriosa squadra di calcio con la difesa a 5 (anche se per pochi minuti) contro l’ultima in classifica. Neppure Nereo Rocco ed Helenio Herrera – maestri del catenaccio – avevano “osato” tanto.

Sembrano cose di poco conto. Insignificanti dettagli.

Ma certi dettagli fanno la differenza.

Natale in casa Borriello

Immaginate il Natale in casa Borriello. Il centravanti dal gol difficile, demoralizzato come un elettore della Lega, sta meditando di cambiare mestiere quando, improvvisamente, nell’aria si diffonde una delle tante insulse melodie di Gigi D’Alessio: è la suoneria del suo cellulare. Sarà Maria De Filippi, pronta a proporgli il posto di tronista lasciato vacante da Amauri? Sarà Fiorello, disposto ad offrire due biglietti omaggio per il prossimo show in puro stile democristiano? Oppure sarà una delle tante veline che affollano la rubrica della prima punta meno prolifica del mondo. No, no e poi no. In linea c’è nientemeno che Beppe Marmotta, il più grande intenditore di calcio del pianeta terra. A pari merito con Moratti, Biscardi e Ilaria D’Amico. Marmotta, non pago di aver portato alla Juve campioni del calibro di Martinez, Motta, Bonucci, Pepe, Pazienza e Matri, ha già l’accordo con la Roma: 500 mila euro, più l’archivio giovani talenti di Paratici (due schede in tutto, Vialli e Costacurta) e la stilografica per autografi di Barzagli (usata solo una volta, per accontentare un parente). Prestito fino al termine della stagione e 8 milioni di euro per l’eventuale riscatto. Ovviamente l’aggettivo eventuale, nel gergo fumoso del calcio italiano, significa obbligatorio. Così come squadre senza motivazioni di classifica vuol dire quasi sempre partita “aggiustata”. Ad uso e consumo di non meglio precisati scommettitori asiatici. Ma torniamo alla telefonata. Dopo aver ottenuto il si della Roma (ma va?) Marmotta vuole capire la disponibilità di Borriello: “Marco, ti va di venire alla Juve?”. Borriello consulta l’agenda, sbadiglia un paio di volte, getta per aria l’ultimo libro di Federico Moccia, poi risponde con un “Non mi dispiacerebbe. A patto di giocare titolare”. Richiesta subito approvata da Marmotta: “Mi sembra il minimo per uno che nella Roma fa la riserva ad Osvaldo”. Affare fatto. Borriello chiude la conversazione, sbadiglia altre due volte, poi si mette a guardare la registrazione del Grande Fratello. Intanto la tv manda in onda le immagini di Antonio Conte che commenta con enfasi l’ultima “perla” di Marmotta: “Borriello può fare come Pirlo”. Già. Peccato che Pirlo sia un fuoriclasse. Mentre Borriello è solo un playboy.

Film su Calciopoli: ecco il terzo promo

Oggi pubblico sul blog il comunicato stampa della Vostok in merito al film “Nel paese di Giralaruota, il grande inganno di Calciopoli” tratto dai libri del sottoscritto (il primo scritto con Mauro Sangiorgi).

 

COMUNICATO STAMPA VOSTOK FILM

La Vostok Film presenta il terzo Promo del film “Nel paese di Giralaruota, il grande inganno di Calciopoli”. La novità, rispetto al comunicato stampa del mese scorso, è che le riprese del film (che vedono coinvolti operatori e troupe leggere a Torino, Milano, Roma e Napoli) proseguiranno fino alla fine del mese di gennaio del 2012. E’ stato deciso, infatti, d’accordo con tutti i partecipanti al film (da Luciano Moggi ad Alvaro Moretti, da Roberto Beccantini a Matteo Marani, oltre naturalmente a Renato La Monica) che, per una migliore contestualizzazione di tutto il quadro di Calciopoli era impossibile non attendere la pubblicazione delle motivazioni della sconcertante sentenza del processo di Napoli dello scorso novembre. A tale proposito, vale ancora quanto scritto nello scorso comunicato stampa: la sentenza di Napoli equivale al voto del Parlamento con cui è stato sancito formalmente che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. Continua cioè a manifestarsi in tutta la sua evidenza che Calciopoli sia lo specchio fedele (non deformato) della realtà del nostro paese. Un paese all’incontrario, che nel nostro film chiamiamo Il Paese di Giralaruota. Le motivazioni della sentenza, presumibilmente, dovrebbero essere pubblicate tra le metà e la fine del mese di gennaio 2012. Tutto questo, naturalmente, significa che la distribuzione del film sarà spostata tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 2012 (con buona pace di chi, sul web, si ostina ad ignorarci o, peggio, a farci passare per millantatori). Queste persone possono pure boicottare il fillm, ci mancherebbe, ma non devono più permettersi di gettare fango e discredito sulla pellicola e gli autori della stessa. A questo proposito, attenzione: segnaliamo che il nostro film è adatto solo ad un pubblico adulto (cioè capace di pensare con il proprio cervello,  avendone in dotazione uno, naturalmente). In conclusione, una comunicazione di servizio: a questo terzo Promo del film ne seguirà un altro, a gennaio, unitamente ad alcuni clip e ad una photogallery ricavata dal backstage.

Stefano Grossi – regista e produttore indipendente

PER INFO E PRENOTAZIONI

 http://nelpaesedigiralaruota.wordpress.com/

www.vostokfilm.com

stefano.grossi@vostokfilm.com

Roma, 31 dicembre 2011

terzo promo del film: clicca