L’uomo del “danno”

Secondo i giornalisti che scrivono con l’osso del padrone in bocca e qualche sito gonfio di retorica, l’uomo dell’anno 2011 è senza alcun dubbio Andrea Agnelli. La glorificazione del figlio di Umberto è basata su motivazioni risibili. Basta attenersi ai fatti. Nudi e crudi. Fatti che proviamo a “rileggere” ad uso e consumo dei professori con tanto di cattedra sul web e degli smemorati di professione. Prima leggenda popolare: Andrea Agnelli, ai tempi di Calciopoli non ricopriva alcun ruolo nella Juventus FC. I fatti: lo stesso Andrea, nelle interviste rilasciate recentemente ai giornali di famiglia e volutamente ignorate dai suoi fans, ha confermato di essere totalmente d’accordo con la linea del patteggiamento adottata dal cuginetto nel processo sportivo. Conclusione: il figlio di Umberto, pur conoscendo le trame del grande inganno (Giraudo deve per forza avergli spiegato la storia), non ha mosso un dito per salvare la Juventus, preferendo aggrapparsi alle prove “inequivocabili” prodotte dall’accusa. Prove che, personalmente, stiamo ancora cercando. Seconda leggenda popolare: Andrea Agnelli, una volta diventato presidente della Juventus, si è subito attivato per fare piena luce sugli avvenimenti del 2006. Come? Presentando un esposto ai presidenti di Coni, Figc e al procuratore federale Palazzi, per chiedere la revoca del tavolino assegnato all’Inter. In seguito, Andrea, ha minacciato azioni legali contro la Figc, per ottenere un congruo risarcimento danni in merito alle vicende di Calciopoli. Salvo poi proporre a Petrucci e Abete un tavolo della pace inutile come una canzone di Tiziano Ferro. I fatti: l’esposto è stato presentato fuori tempo massimo (Moratti). Ovvero dopo che sulle telefonate interiste era già calata la mannaia della prescrizione. Per quanto concerne le richieste di risarcimento danni, dopo il fallimento del calumet della pace, non si hanno più notizie ufficiali in merito. Conclusione: gli scudetti non torneranno più indietro. La dignità perduta, ben più importante, neppure. La vera Juventus, quella che ci ha fatto battere forte il cuore per 40 anni, neanche. Quanto agli eventuali quattrini, chi se ne frega? Se devono essere utilizzati per acquistare gente come Martinez, Motta Bonucci e Giaccherini tanto vale lasciarli ad Abete. Che comunque ha già messo le mani avanti, piangendo miseria. Terza ed ultima leggenda popolare: Andrea Agnelli ha rilanciato la Juventus, riportandola ai fasti del passato. I fatti: dopo 16 giornate di campionato la Juve è prima in classifica, avendo vinto lo scontro diretto con il Milan. Dato inconfutabile, ammesso e non concesso che un primato, peraltro provvisorio, possa cancellare le nefandezze del passato. Peccato che, lo scorso anno, la Juve di Delneri, dopo 16 giornate, avesse solo 4 punti in meno della squadra allenata da Conte. Elemento che dovrebbe far riflettere gli osservatori fintamente neutrali e i tifosotti da strapazzo. L’ultima versione della Juve 2006/2011 è senz’altro la più dignitosa vista da Calciopoli in poi. Ma i cicli si aprono prendendo buoni calciatori e non comprando gli scarti di Udinese, Cagliari e Roma. Diciamola tutta: a parte Pirlo, 33 anni a Maggio, nella rosa di Conte non ci sono top player, solo discreti elementi. Gente che sta tirando fuori dal cilindro la stagione della vita. Gente che, molto probabilmente, ha già raschiato il fondo del barile nella fase autunnale del campionato. Conclusioni: anche alla luce dei nomi che circolano per il mercato di Gennaio – Palombo, dopo essere retrocesso con la Samp, non riesce a fare la differenza neppure in B, mentre Borriello è più noto per la sua relazione con Belen e le ospitate da Fiorello che per le imprese in campo – non ci sentiamo di condividere l’ottimismo di certi siti juventini. Ci rifiutiamo quindi di partecipare al processo di beatificazione di Andrea Agnelli, l’uomo che ha dato il benservito ad una bandiera come Del Piero con una classe ed un tatto degni del miglior La Russa. No, ci spiace. Andrea Agnelli per noi non è l’uomo dell’anno. Casomai, insieme al cugino John, è l’uomo del “danno“. Un danno irreparabile: aver fatto sparire dalla circolazione la “vera” Juventus. L’unica possibile. Quella nata nel 1897 e defunta, dopo una lunga agonia, a fine estate 2006. Un lutto che porteremo nell’anima fino all’ultimo dei nostri giorni.

Calciopoli, 5 anni dopo…

Cinque anni e mezzo fa scoppiava la “bomba” ad orologeria di Calciopoli. Un ordigno confezionato ad uso e consumo del popolino, che aveva come bersaglio i migliori dirigenti (per competenza) del calcio nostrano e, di conseguenza, il club più scudettato del Paese. La storia puzzava di bruciato già allora: tante anomalie e troppe coincidenze bislacche. Non occorreva travestirsi da Sherlock Holmes per arrivare alle giuste conclusioni. Il nostro punto di vista, fin dall’inizio, fu chiaro e netto: invece di mettere sotto accusa l’intero “sistema”, putrido e fatiscente, si è scelto di pescare dal mazzo il solito capro espiatorio. Colui che paga il conto, salatissimo, per tutti gli altri. Classica soluzione all’italiana. Il processo sportivo, celebrato con enfasi e celerità sospetta, confermò in pieno le nostre impressioni di partenza: si trattava di un complotto. Perchè, non puoi diventare improvvisamente inflessibile ed impietoso, dopo essere stato per anni tollerante, accomodante e clemente. Anche di fronte alle peggiori nefandezze. Dietro un cambio di registro così repentino deve esserci per forza sotto qualcosa. Perchè, se vuoi fare davvero chiarezza su una vicenda così strampalata, ricca di imboscate, raggiri e trame oscure, devi avere il coraggio di sospendere i campionati. Cogliendo al volo l’opportunità per disinfestare un ambiente lercio e decrepito. Troppo comodo scaricare tutto sulle spalle del club e dei soggetti più detestati dall’opinione pubblica. Troppo facile restaurare la facciata lasciando tutte le crepe all’interno dell’abitazione. No, non potevamo credere a quella enorme massa di sciocchezze. La questione scommesse – mai veramente debellata – riesplosa prepotentemente in questi giorni, ribadisce la scarsa attendibilità dei dirigenti che governano il calcio italiano. Dirigenti forti con i deboli e debolissimi con i potenti. Dirigenti incapaci e senza spina dorsale, tuttavia inossidabili come l’acciaio. Intanto spuntano pentiti che rivelano particolari e circostanze inquietanti. No, no e poi ancora no. Per quanto ci riguarda neppure la sentenza di un tribunale della Repubblica potrà mai cancellare il grande inganno del 2006. Un imbroglio colossale, a cui hanno contribuito anche le persone che oggi, con incredibile faccia tosta, tentano di accreditarsi come “vittime” di un mondo cinico e cattivo. Quando le uniche vere vittime del grande inganno sono i tifosi juventini. Non tutti. Solo quelli che ancora portano sul corpo i segni di una violenza inaudita. Perchè il tempo può anche annebbiare la memoria e scolorire i ricordi. Ma non potrà mai rimarginare le ferite del cuore.

Auguri politicamente scorretti

Maltratti e abbandoni gli animali? Allora, per Natale, ti auguro di trovare nella vasca idromassaggio un branco di piranha.

Sei egoista, smodatamente ambizioso e attaccato al denaro? Allora, per Natale, ti auguro di diventare un cittadino della Corea del Nord.

Fai il giornalista ma scrivi solo quello che fa comodo al tuo padrone? Allora, per Natale, ti auguro di diventare monco.

Sei razzista, intollerante ed omofobo? Allora, per Natale, ti auguro di diventare contemporaneamente nero, ebreo e gay.

Fai il politico ma pensi solo ai tuoi interessi e a quelli del tuo partito? Allora, per Natale, ti auguro di trovare tua moglie a letto con un paio di tuoi elettori.

Fai il calciatore, sei profumatamente pagato, ma nonostante tutto vendi le partite della tua squadra? Allora, per Natale, ti auguro di incontrare in un vicolo buio l’energumeno (198 centimetri di muscoli) a cui hai fatto saltare una scommessa da 25 mila euro.

Non rientri nelle categorie sopraelencate ma sei comunque un fottutissimo stronzo? Uno stronzo così grande che non sparisce neppure tirando mille volte lo sciacquone? Allora, semplicemente, ti auguro di trascorrere il Natale in compagnia di un altro fottutissimo e grandissimo stronzo.

Affinchè possiate guardarvi tutto il giorno allo specchio.

E’ tutta farina del suo sacco…

Simone Farina, 29 anni, difensore del Gubbio, ha fatto una cosa normale. Che diventa “eccezionale” in un mondo – quello del calcio italiano – dove il più candido ha la rogna. Simone ha detto no. Un rifiuto insolito, ma netto. Un rifiuto sdegnato e inequivocabile all’organizzazione che voleva servirsi di lui per alterare il risultato della gara di Coppa Italia tra la sua squadra e il Cesena. Per fortuna, in questo Paese corrotto dal denaro, dal presenzialismo e dal successo, c’è ancora qualche persona limpida e dignitosa. Non è agevole, in questo luogo desolato e desolante, aprirsi un varco tra la folla di cialtroni, furbi ed imbroglioni. Non è semplice uscire allo scoperto e gridare no. Quindi, chapeau. Anche perchè Simone non si è limitato a respingere la cospicua offerta (200 mila euro). Simone si è anche premurato di denunciare il tentativo di corruzione ai carabinieri. Ci sono gesti che valgono molto di più di una rete funambolica, di un controllo di palla perfetto, di un tunnel beffardo. Gesti che riscattano, almeno in parte, lo squallore e la volgarità di un sistema basato sul malaffare. Tranquilli: non cambierà nulla. Perchè quel no, pronunciato con sprezzo del pericolo in un ambiente omertoso, che tende ad emarginare le persone pulite, è solo Farina del suo sacco.

Sogno o son desto?

Come diceva Woody Allen: “Grazie a Dio sono ateo“. E come tale, secondo una certa visione religiosa, non dovrei neppure credere nel fato. Invece sono convinto che ognuno di noi, quando nasce, abbia già una linea tracciata. In parte modificabile. A seconda delle scelte che opereremo nell’arco della nostra esistenza. Bisogna comunque fare molta attenzione a non innamorarsi troppo del proprio destino. Fino al punto di assecondarlo. Sono ateo, quindi niente Paradiso e niente Inferno. Quando il viaggio sarà finito, scenderò dal treno sperando di ritrovarmi in un luogo un po’ più giusto di questo. Un posto più rilassante e più tollerante. Senza classi sociali, politici e leccaculo di professione. Un posto dove ognuno di noi possa essere se stesso. Non mi sembra di chiedere troppo. Sarebbe una piccola forma di risarcimento morale per aver vissuto in un mondo stupido e volgare. Speriamo che questo mio desiderio si avveri. Anche se il sogno che ho fatto qualche notte fa mi ha inquietato parecchio. Niente funerale, per fortuna. Così mi sono risparmiato i visi ipocriti di certi parenti. Poi la scena si è spostata in un luogo che assomigliava ad un parco. Io ero lì, seduto su una panchina, con una sigaretta in mano (tanto da morto il fumo non fa più male). Fin qui tutto bene, location rassicurante. Il dramma è arrivato quando ho visto le facce intorno a me. C’erano Bruno Vespa, coi suoi libri tutti uguali ed il plastico di Cogne e Maria De Filippi, con la sua pattuglia di casi umani. C’era Silvio Berlusconi con 20 scatole di viagra ed il pennarello color mogano per disegnarsi la chioma. C’erano Luca Cordero di Montezemolo, tanti capelli e nessuna idea e John Elkann che stava patteggiando un caffè al bar insieme all’avvocato Zaccone. C’erano Albano, Maurizio Costanzo, Simona Ventura, Emilio Fede, Barbara D’Urso Gigi D’Alessio, i ragazzi di tutte le edizioni del Grande Fratello più Alessia Marcuzzi con quattro rotoli di carta igienica in mano. C’erano Minzolini, Cicchitto, La Russa, Umberto Bossi, Scilipoti e persino Bersani, nel frattempo diventato l’unico elettore del PD. Ovviamente non poteva mancare Massimo Moratti, in sella al vespino piovuto dagli spalti del Meazza. C’erano proprio “tutti”, compresi i volti sconosciuti al grande pubblico ma purtroppo fin troppo noti al sottoscritto. Incredulo, mi chiedevo: cosa ci faccio, in questo posto apparentemente gradevole, con tutte le persone che ho profondamente detestato nella vita terrena? Possibile che non si possa stare tranquilli neppure da defunti? Per fortuna il sogno (meglio chiamarlo incubo) è durato poco. Poi mi sono svegliato davanti ad un tg. A quel punto, persino la recessione e il crollo dello spread mi sono sembrate cose da ridere.

Dove trovare le Guide su Liga, Premier e Bundesliga

Da circa tre mesi sono disponibili le mie guide 2011/12 su Premier League, Liga e Bundesliga. E’ possiile acquistare i libri direttamente presso l’editore, andando fisicamente sul posto (Libreria Cardano, via Cardano 46, Pavia) oppure on line (spedizione con posta prioritaria, con mail da inviare all’indirizzo guidaallapremierleague@gmail.com) e ovviamente nelle nelle migliori librerie italiane. A questo proposito, sperando di fare cosa gradita a chi ci legge, ecco un elenco di punti vendita Feltrinelli dove è possibile comprare le guide. Regalarle per Natale non sarebbe una cattiva idea….

laFeltrinelli Village

via Marilyn Monroe, 2, zona B – 40033 Casalecchio BO

laFeltrinelli Libri e Musica

C.so Zanardelli 3 – 25121 Brescia BS

laFeltrinelli International

Via Cavour, 12 – 50129 Firenze FI

laFeltrinelli Libri e Musica

Via Ceccardi 18 – 20 – 22 – 24 rossi – 16121 Genova GE

laFeltrinelli Librerie

P.za Duomo – Via U.Foscolo 1/3 – 20121 Milano MI

laFeltrinelli Libri e Musica

piazza Piemonte, 2/4 – 20100 Milano MI

laFeltrinelli Express

P.zza Garibaldi – 80142 Napoli NA

laFeltrinelli Librerie

Via del Babuino 39/40 – 00187 Roma RM

laFeltrinelli Librerie

Via V.E. Orlando 78/81 – 00185 Roma RM

laFeltrinelli Librerie

Corso Aldo Moro, 3 – 21100 Varese VA

Impossibile dimenticare Calciopoli

“Non tutte le verità sono gradite, mentre tutte le menzogne lo sono”. La frase di Suzanne Brohan, attrice francese, è la sintesi perfetta di Calciopoli. Una storia cruda, contorta e ributtante. Una storia che tanti vorrebbero rimuovere dall’archivio del calcio italiano. Manipolando i fatti, occultando le telefonate e cercando di imporre il silenzio a quei pochi che ancora si ostinano a camminare nei vicoli ciechi della giustizia. Ah, dimenticavo: si cerca di “disinstallare” Calciopoli anche convocando pleonastici tavoli in stile tarallucci e vino, con calumet della pace incorporato. Come se io applaudissi qualcuno, dopo averlo visto prendere a martellate la mia auto. Sciocco solo pensarlo. Perché dimenticare Calciopoli è praticamente impossibile. Perché Calciopoli – cospirazione politica/economica/mediatica – è la metafora di questo Paese ingovernabile e irrecuperabile. Dove il potere, oltre a fare da sempre i suoi porci comodi, tenta anche di prenderti per i fondelli. Tante volte (troppe volte) con successo. Almeno fino all’avvento di Internet. La rete è una miniera di informazioni, antidoto contro le veline di regime. Il web ci rende più liberi. Basta esserne consapevoli, usando la libertà d’espressione in modo appropriato. Nel mio piccolo, in questi cinque anni e mezzo, ho cercato di divulgare la vera storia di Calciopoli. Non solo su Internet, ma anche attraverso libri, giornali cartacei e interventi radiofonici. Continuerò a farlo su questo blog. In attesa di “Nel Paese di Giralaruota”, il film-documentario sull’argomento che sto preparando insieme al produttore e regista indipendente Stefano Grossi. A questo proposito volevo annunciare che il film, inizialmente previsto per Gennaio, slitterà di circa un mese. Stiamo infatti aspettando le motivazioni della sentenza di Napoli, che dovrebbero uscire entro i primi giorni di Febbraio. “Nel Paese di Giralaruota” non ha certo l’ambizione di vincere il premio Oscar. Vogliamo solo farvi riflettere. Ricostruendo una vicenda che ha modificato le traiettorie della mia (vostra) passione. Per trovare le prove del complotto ho dovuto indossare l’impermeabile bianco e gli occhiali scuri dell’investigatore. Impossibile dimenticare Calciopoli. Impossibile arrendersi. Almeno fino a quando la verità non avrà tolto definitivamente di mezzo la menzogna.

Politica e antipolitica

Qualunquista, populista, squadrista, maestro dell’antipolitica. Sono questi gli gli epiteti più gentili rivolti a quei pochi che ancora amano concedersi il lusso dell’indignazione: orale e scritta. E’ il vecchio trucco delle caste: se non puoi attaccare il ragionamento devi per forza prendertela con il ragionatore. Perché, se non riesci a controllare qualcuno, puoi sempre usare l’arma del discredito. La macchina del fango, del resto, ha il motore sempre acceso. E le scuderie sono piene di servi pronti ad entrare in azione al primo segnale del padrone. A volte, costoro, più realisti del re, non hanno nemmeno bisogno di essere imbeccati. Dura la vita per chi – comunque vada – decide di accomodarsi sui banchi dell’opposizione. Quella dura e pura. Non quella finta e molle di certi partiti. Certo, sarebbe più vantaggioso aggregarsi al carro del miglior offerente. Le tariffe sono buone e nel villaggio globale – parole del grande Victor Hugo – “c’è gente che pagherebbe per vendersi”. La verità è, che in questo stralunato e fottutissimo Paese, la politica è defunta da un bel pezzo. Ammesso sia mai esistita. Puoi anche sostituire il peggior premier di sempre e il suo Governo di nani e ballerine con un esecutivo di vecchi tromboni (travestiti da tecnici) più o meno presentabili. Puoi anche rimpiazzare la volgarità con la sobrietà e l’arroganza con il buonsenso. Puoi anche varare – non dovendo rendere conto a quella “prostituta” chiamata elettorato – una manovra economica sanguinosa. Tirando fuori idee “innovative” come il rincaro delle accise sulla benzina e l’aumento dell’iva. Con l’aggravante di spiegare le rivoluzionarie misure adottate per fronteggiare il peraltro inevitabile default, nientemeno che nel salotto di Bruno Vespa. Orfano del plastico di Cogne, ma sempre munito di abbondante salivazione. Puoi fare tutto ed il contrario di tutto. Ormai è tardi. Il funerale della politica italiana è stato celebrato dopo la dipartita di De Gasperi, Pertini e Berlinguer. Per risorgere ci vorrebbe una svolta, un deciso cambio di passo. Una reale presa di coscienza degli abitanti di questo Paese. I primi responsabili dello sfacelo.

Ascolti da (ri)scoprire

Oggi pubblico sul blog un ottimo pezzo del mio amico Luca Di Pinto, grande intenditore di musica. Oltre che di calcio.

Portishead – Third (Mercury/Island, 2008)

Devono essere andati sulla luna, i Portishead, durante la loro vacatio dalle scene musicali. 10 anni. Un tempo ragionevolmente sufficiente per non tornare sulla Terra a menti vuote. E infatti così è. A parte il lavoro della Gibbons col suo sodale occasionale Paul Webb (in quell”Out of season’ pieno di grazia, datato 2002), i nostri mancavano dai tempi di ‘Dummy’. L’ispirazione è davvero di quelle ultraterrene, di un altro mondo. (Tra)lasciato il tipico timbro di matrice bristoliana, la band si ripresenta con dei ricercatissimi ritmi percussivi vintage – che praticamente pervadono l’intera opera -, scanditi su pelli polverulenti trasudanti un senso melanconico. Le chitarre, anche loro riconsegnate in una veste più “vissuta” dopo il viaggio alieno, delineano scenari del tutto sconosciuti e spiazzanti per i fans più infatuati. In tutto questo, Beth Gibbons riesce a governare con la solita autorevolezza ed efficacia i nuovi intrecci sonori, lasciando intatto quell’incredibile nostalgico mood come solo i numeri uno sanno fare. In ‘Third’ c’è da perdersi in migliaia di meandri. Dopo l’ascolto, ci si risveglia intorpiditi da cotanta raffinatezza, che accompagna l’ascoltatore dondolandolo fra tiepide vibrazioni (‘Nylon Smile’) e turbolenze cariche di elettricità (la coda epica di ‘The Rip’). Beth ricama sulle ingegnose tessiture sonore di Geoff Barrow, abile a scagliare incessantemente suoni e loop da poli opposti, e che come tali riescono ad attrarsi con disarmante naturalezza fino all’impatto armonioso e stabilizzante (chiara prova ne è il tinnìo locomotore circolare lanciato in ‘Plastic’, col suo distratto accelerare e decelerare). Ma ciò che rende geniale un’opera già di per sé immensa, è quella mostruosa trovata di nome ‘Machine Gun': martellanti pulsazioni industrial, distorte e filtrate, così sinistre da rendere più che mai rassicurante l’intervento della voce di Beth. Che, anche qui, riesce ad inventare una linea melodica tanto spiazzante quanto azzeccata. In tutta questa deflagrazione di creatività e follia debordanti, c’è spazio anche per organi lisergici che sanno tanto di certa psichedelia anni ’70 (‘Small’). In poche parole, ‘Third’ cattura, disorienta e seduce senza mai abbandonare. Anzi, conduce sapientemente in un limbo sensoriale dove l’assenza di gravità, fine supremo di questa imponente opera, catapulta fuori orbita le più autentiche voluttà del viaggiatore/ascoltatore.

Luca Di Pinto

Real time

Svincolato da ogni passione, posso finalmente seguire il il gioco più bello del mondo (nonostante tutto), da semplice esteta. Il liquame maleodorante del calcio italiano è ormai alle spalle, anche se indignazione e amarezza continuano ad impregnare i vestiti. Per uno che ha respirato per anni quell’aria malsana, guardare Real-Barcellona è come trasferirsi da Milano a Trondheim: effetti benefici sui polmoni. Qual è il peggior incubo per qualsiasi squadra? Giocare nel “tempio” della formazione più in forma del momento (15 vittorie consecutive tra Liga e Champions), virtualmente staccata di 6 punti in classifica, e trovarsi in svantaggio dopo appena 27 secondi. Qualunque squadra al mondo, in quelle condizioni psicologicamente disagiate, alzerebbe bandiera bianca. Sperando nella magnanimità degli avversari. Qualunque squadra appartenente al pianeta terra si sfracellerebbe al suolo. Tranne una: il Barcellona. Squadra di marziani anche nella sua versione meno accattivante. Perché il Barcellona non è solo tecnica, fraseggi e possesso palla. Il Barcellona è soprattutto nervi saldi e testa fredda. Specie nei frangenti più delicati. Così la rete di Benzema, grazioso cadeau di Victor Valdes, viene digerita e metabolizzata senza troppe conseguenze. Perché Messi, pure nelle giornate di ridotta ispirazione, rimane sempre Messi. L’argentino, per una sera, può anche smarrire la bussola del risolutore. Ma sa sempre come orientarsi nei labirinti dell’assist. Quello confezionato per Sanchez è il diciottesimo del 2011/12 in tutte le competizioni, solo 9 in meno delle marcature stagionali. Duello a distanza con Cristiano Ronaldo (un paio di gol banalmente sprecati e una prestazione indisponente) vinto in scioltezza. Anche se il Pallone d’oro, sparito dal match alla mezzora, riappare soltanto al minuto 66, per innescare l’ennesima scorribanda sulla fascia destra di Dani Alves, conclusa con un traversone al miele per la testa di Fabregas. Barcellona mentalmente “spaventoso” e anche tutelato dalla dea bendata. Come testimonia l’inopportuno tacco di Marcelo, che spiazza Casillas deviando nella propria porta l’innocuo pallone calciato da Xavi. Quest’ultimo migliore in campo, insieme al meraviglioso Iniesta e all’immortale Puyol. Al fischio finale, da non perdere la faccia di Josè Mourinho. Sembrava Berlusconi senza viagra. “Il Barcellona ha avuto solo fortuna” ha sentenziato lo sportivissimo portoghese nel postpartita. Solo un pochino. Ma stavolta l’arbitro non si chiamava Benquerenca.