Una lezione di stile

Una lezione di stile.

Lo stile inconfondibile di Alessandro Del Piero.

Un congedo elegante, sobrio e dignitoso.

Lui, arrivato alla Juve in punta di piedi, esce dalla porta di servizio.

Senza fare rumore.

Con la stessa classe che ha illuminato le sue giocate.

Una lezione di stile.

Quella inflitta da Alessandro Del Piero a John Elkann e Andrea Agnelli.

Nel cielo, oggi, ci sono nuvole gravide di lacrime.

E una mano invisibile schiaccia il tasto rewind per farmi rivedere il 3-2 di Juve-Fiorentina.

Sono passati 18 anni.

Sembra ieri.

La pietra tombale su Calciopoli

Contro ogni pronostico, compreso il mio, la Juve 2006/2012 ha quindi vinto lo scudetto. Titolo assolutamente legittimo: la squadra di Conte ha espresso il gioco meno scadente del torneo. Un campionato indecente dal punto di vista tecnico e sempre meno credibile sotto l’aspetto etico. Titolo assolutamente legittimo: nonostante il suicidio del Milan (imperdonabile non battere in casa Fiorentina e Bologna), giunto stremato al traguardo finale, anche per via dei numerosi infortuni. Titolo assolutamente legittimo: anche se la retroguardia a 5 (non a 3, attenzione, perché Lichtsteiner e De Ceglie sono due difensori) non si può proprio vedere.

A festa ancora in corso è partito lo stucchevole dibattito sulla terza stella. 30 scudetti, non uno di meno, declamano a memoria i tifosi bianconeri. In palese disaccordo con almanacchi e antijuventini, fermi a quota 28. In realtà, come sostiene il mio amico Michele Rotellini, per la Juve 2006/2012 si tratta del primo scudetto. Gli altri 29 appartengono alla “vera” Juve, un club fondato nel 1897 ed eliminato dalla circolazione nell’estate del 2006. Più o meno dalle stesse persone che oggi hanno il fegato di cantare a squarciagola “I campioni d’Italia siamo noi”.

Per tanti motivi, quello vinto ieri sera dalla Juve 2006/2012, è uno scudetto unico e irripetibile. Non è possibile aprire un ciclo con Bonucci, Borriello e Matri. Per ripetersi servono campioni e, Pirlo, l’unico top player in dotazione a Conte, viaggia ormai verso le 33 primavere. Fuoriclasse che non arriveranno nemmeno la prossima estate: nonostante i proclami di Marmotta e le voci messe in giro ad arte dai soliti giornali. Inoltre, per una squadra basata soprattutto sulla corsa e sul pressing, sarà complicatissimo gestire il doppio impegno. Anche perché in Champions, gli avversari non si chiamano Novara, Cesena e Cagliari.

Inutile sottolineare che il sottoscritto, ancora in lutto per l’omicidio della Juve 1897/2006, è rimasto totalmente indifferente alle immagini provenienti da Trieste. Da spettatore passivo e distaccato, mi sono limitato ad una semplice domanda. Più o meno retorica. Vuoi vedere che il primo scudetto della Juve 2006/2012 sarà la pietra tombale su Calciopoli?

Rossi di vergogna

Le domande del giorno dopo sono, sostanzialmente, un paio. 1. Un allenatore può prendere a cazzotti un proprio calciatore? 2. Il migliore portiere del mondo può commettere un errore? Le risposte: domanda 1 no, domanda 2, si. Con qualche precisazione. 1. L’allenatore è il capofamiglia dello spogliatoio, quindi tocca a lui far rispettare le regole. L’allenatore deve dare l’esempio alla truppa, mostrando saggezza, tatto e buonsenso. Per questo la reazione di Delio Rossi è ingiustificabile. La faccenda della provocazione è un alibi di comodo. Quanto allo stress, lasciamo perdere: se uno non riesce a dominare la piccola tensione che si respira nel calcio, che vada a lavorare in miniera. 2. Il miglior portiere del mondo è sempre quello che sbaglia meno. Sotto questo aspetto, a parte una stagione disgraziata, Buffon è assolutamente inattaccabile. Però qui non stiamo parlando di una semplice papera, ma di una pirlata vera e propria. Il portiere non può permettersi di dribblare sempre chi lo pressa: gli può andar bene una volta, forse due. Ma è meglio non esagerare con le veroniche. E Buffon, in questa stagione, ha spesso abusato dei suoi piedi buoni. Prima o poi, per la legge dei grandi numeri, doveva succedere. Comunque, è bene marcare la differenza tra i due episodi. Perchè Buffon, in fondo, ha perso solo un tackle. Delio Rossi, invece, ha proprio perso la testa.

La scelta di Joe

C’è un silenzio profondo che fruga dentro la tua anima. Un silenzio che circonda i tuoi pensieri e sospende la tua vita per manifesta inquietudine. Joe ha smesso di parlare l’undici Settembre del 2001. Per non farsi trovare da nessuno si è rifugiato dentro la sua ombra. Passa il tempo leggendo e rileggendo i discorsi di Nelson Mandela. Ogni tanto alza gli occhi al cielo per seguire le traiettorie dei gabbiani. Qualche volta piange, approfittando di un temporale e della musica di Leonard Cohen. Ci sono molti asterischi e parentesi nel silenzio di Joe, che ha sposato il mutismo come ultima, disperata, risorsa. Estrema forma di protesta contro un mondo violento, arido e volgare. In fondo, Joe, ha troppe cose da dire. Per questo motivo ha scelto il silenzio.

Una fotografia profumata di borotalco

Ci sono ricordi che percorrono a velocità supersonica la tangenziale della nostalgia. Ci sono pensieri che rimbalzano come palline di celluloide nei labirinti della nostra anima. Ecco, all’improvviso, il dolore sale i gradini e bussa con insistenza alla tua porta. In questi casi non può mai mancare una pioggia sottile. In questi casi non può mancare neanche il suono di un carillon. Il mondo, adesso, è racchiuso in una fotografia profumata di borotalco. Un volto che trasmette coraggio e serenità e che sembra prendersi gioco dei piccoli grandi disagi delle nostre esistenze. Due occhi che scrutano l’orizzonte e riservano un sorriso beffardo al destino. Il destino, in fondo, non è altro che una roulette truccata, dove esce sempre il numero zero. E noi siamo solo farfalle costrette ogni giorno a fare i conti con le diaboliche traiettorie del vento. Certe volte vorrei spogliare il tempo come l’autunno spoglia gli alberi. Ogni foglia caduta corrisponde ad una lacrima. Da custodire come una gemma nello scrigno dorato della memoria. Arrivederci Andrea.

scritto il 25 Aprile 2007

Tratto dal libro “La Juve nel Paese di Giralaruota”

Comunicato stampa Vostok Film

Nel Paese di Giralaruota: il grande inganno di Calciopoli è un film documentario sulla vicenda che, nell’estate del 2006, ha destabilizzato per sempre il calcio italiano. Una ricostruzione che cerca di svelare i retroscena di uno scandalo, imprigionati da 6 anni nel labirinto dell’omertà. I fatti separati dalle opinioni: secondo la filosofia giornalistica di Enzo Biagi e Indro Montanelli. Il film vede la partecipazione di 5 giornalisti e 2 documentaristi, che attraverso i loro diversi punti di vista aiuteranno lo spettatore a comprendere meglio i contorni di una storia bislacca: uno dei tanti misteri del Paese di Giralaruota.

SCHEDA DEL FILM

Nel Paese di Giralaruota: il grande inganno di Calciopoli

Regia

Stefano Grossi

Produzione

Vostok Film

Tratto dai libri

La Juve nel Paese di Giralaruota Calciopoli, il grande inganno scritti da Renato La Monica (Cardano Editore)

Sceneggiatura

Stefano Grossi Renato La Monica

Partecipazioni

Roberto Beccantini (giornalista, Il Guerin Sportivo)

Oliviero Beha (giornalista, Il Fatto quotidiano)

Tony Damascelli (giornalista, Il Giornale)

Alvaro Moretti (giornalista, Tuttosport)

Mario Sconcerti (giornalista, Il Corriere della Sera)

Giovanni Piperno (documentarista)

Massimiliano Mazzotta (documentarista)

Interpreti

Tatiana Lepore

Interviste

Stefano Grossi – Renato La Monica

Contributi

Anna Capogrosso

Luca Di Pinto

Massimo Pattacini

Mauro Sangiorgi (coautore del libro La Juve nel Paese di Giralaruota)

PRENOTAZIONI

Il film sarà presentato ufficialmente il 5 Maggio, data storica per i tifosi bianconeri. Nei giorni successivi la presentazione sarà possibile acquistare il dvd. Il dvd verrà spedito a casa vostra dalla Vostok con posta prioritaria. Se avete già prenotato il film, riceverete presto tutte le istruzioni per il pagamento (importo 15 euro, comprensivo di spese postali). Chi non ha ancora prenotato deve invece mandare una mail, indicando nome, cognome e indirizzo, a nelpaesedigiralaruota@gmail.com

Perchè il Barça…..

Perchè il Barcellona, al di là dei risultati, è la squadra più forte del mondo?

Perchè il Barcellona gioca sempre allo stesso modo, sia al Camp Nou che in trasferta: personalità, testa alta e possesso palla.

Perchè il Barcellona non bada mai al nome dell’avversario: Real Madrid o Losanna, non fa alcuna differenza.

Perchè il vocabolario calcistico del Barcellona non contiene solo il verbo vincere. Ci sono, in bella evidenza, anche divertire e convincere.

Perchè veder giocare il Barcellona è come ascoltare “L’aria sulla quarta corda” di Bach.

Perchè veder giocare il Barcellona è come leggere la storia di Nelson Mandela.

Perchè veder giocare il Barcellona è come abbeverarsi alla sorgente della memoria.

Ecco perchè il Barcellona riesce a “vincere” anche quando perde.

Perchè essere se stessi – sempre e comunque – non ha prezzo.

Il festival dell’ipocrisia

Fossi stato al posto dell’arbitro, ieri sera, con una scusa qualunque, avrei annullato la regolarissima rete di Pinturicchio. Non certo per Alex, campione inimitabile e professionista esemplare. Luminoso esempio di compostezza e moralità nel calcio vischioso e infame di oggi. Non avrei convalidato il goal a scopo preventivo, impedendo che un simile capolavoro, interamente frutto dell’ingegno di Del Piero, potesse provocare l’esultanza di certi soggetti. Soggetti che, diciamo così, non brillano per coerenza, indipendenza e gratitudine. Valori ormai fuori moda: come Fede e Scilipoti. Non potendo materialmente annullare la rete di Alex, mi sono dovuto sorbire, in diretta tv, i festeggiamenti dei “soggetti” in questione. A partire da Andrea Agnelli, salvatore della patria juventina, la stessa persona che, non più tardi di otto mesi fa, dal palco dell’Assemblea degli azionisti, diede il benservito a Del Piero. Per proseguire con Antonio Conte, la stessa persona che ha lasciato ammuffire Del Piero in panchina (se non in tribuna) quasi tutta la stagione, preferendogli nientemeno che Matri, Vucinic, Quagliarella e perfino Borriello. Per concludere con una parte del tifo bianconero. La larga fetta che, almeno fino a alle 22, 20 di ieri sera considerava Alex inutile e patetico. Magari anche dannoso. Per non parlare dei moltissimi fans di Pinturicchio in palese confilitto d’interessi. Della serie “difendo Del Piero ma non posso andare contro il presidente della Juve”. Ecco, fossi stato al posto di Damato, ieri sera, mi sarei risparmiato il festival dell’ipocrisia.  Adesso mi raccomando, caro Alex: non farti incantare da rinnovi contrattuali o ruoli da dirigente. La Juve 2006/2012, semplicemente, non ti merita.

Chapman system

Maledetta (dis) informazione. Fruga nel cestino dei rifiuti per costruire miti di panna montata e relega in un cassetto polveroso i giganti del passato. Quelli che hanno scritto la storia del football. Mai sentito parlare di Herbert Chapman? Questo gentleman inglese, classe 1878, aspetto austero ma bonario, può essere considerato uno dei pionieri dello sport più popolare. La sua intuizione più geniale fu il “Sistema”, detto anche Chapman system o WM, modulo di gioco leggendario, che vide il centromediano retrocedere sulla linea dei difensori. Contromisura studiata ad arte da Chapman (su consiglio dell’attaccante Charlie Buchan) per ovviare alla modifica della regola dell’offside: due e non più tre calciatori a tenere in gioco gli avversari. In pratica, Chapman, inventò la figura dello stopper. Una delle tante innovazioni introdotte dall’ingegnere di Rotherham, il primo a puntare su rigorosi metodi d’allenamento, valorizzando il ruolo di preparatori atletici, fisioterapisti e massaggiatori. Altre “creazioni” di Chapman? I numeri di maglia sulla schiena dei calciatori, l’uso dei palloni bianchi ed il ricorso ai riflettori per le gare giocate in notturna. Inoltre, nel 1933, alla vigilia di un Arsenal-Liverpool, Chapman diede una nuova impronta alle divise dei gunners: maniche bianche, così come i calzoncini, e una diversa tonalità di rosso. Novità che permise ai londinesi di “distinguersi” dalle altre squadre. Formidabile stratega e motivatore, Chapman morì di polmonite fulminante il 6 Gennaio 1934, lasciando in eredità l’Arsenal più forte di sempre. Anche per questo i gunners gli hanno dedicato un busto in bronzo, originariamente collocato nel vecchio impianto di Highbury e che oggi troneggia all’interno dell’Emirates Stadium. Nel 2003 il suo nome è stato inserito nella hall fame del calcio inglese. La sua bacheca, ricca e prestigiosa, contiene 5 scudetti (3 con l’Huddersfield, 2 con l’Arsenal) e 2 Coppe d’Inghilterra (1 con l’Huddersfield, 1 con l’Arsenal). Nel 2004, a 70 anni dalla scomparsa, “The Times” l’ha incoronato miglior manager britannico di tutti i tempi. Ovunque si trovi in questo preciso momento, Herbert starà certamente parlando di tattica.