Calcio italiano? No, grazie.

Buon 2013 dal blogger meno seguito del web. Pochi visitatori, ma buoni. Gente calorosa, stimolante, informata. Gente che, magari, non commenta. Ma legge tutto. Prima delle feste ho ricevuto diverse mail contenenti gli “inevitabili” auguri natalizi. Appiccicata al classico “Buon Natale e felice anno nuovo” c’era però una domanda. Eccola: “Perchè nel tuo blog non parli più di Juve e di calcio italiano?”. A tutti quelli che mi hanno posto il quesito ho promesso che avrei risposto pubblicamente. Lo faccio oggi, in una domenica senza Serie A, in attesa di guardare Everton-Chelsea. Perchè non parlo più di calcio italiano? Molto semplice: perchè il nostro calcio, ormai, non è più attendibile. Non sono più credibili i “controllori” incollati alle poltrone da secoli e più democristiani di Casini e Buttiglione. Non sono più credibili i presidenti delle squadre, senza stile e senza idee, capaci solo di circondarsi di leccapiedi e adoranti signorsì. Non sono più credibili gli allenatori, pieni di boria, isterici e seriosi. Troppa tattica e poco buonsenso. Non sono più credibili i calciatori, viiziati, sopravvalutati, poco coraggiosi. Sia che si tratti di inventare la giocata, sia che si tratti di vuotare il sacco. Non tutti si chiamano Farina, ovviamente emarginato dal Sistema. Non sono più credibili i telecronisti, sguaiati, faziosi e ruffiani. Il disamore per il carrozzone, da Calciopoli in poi, è stato graduale. E il distacco poco traumatico. Tra l’altro le partite sono di una noia mortale. Ed i goal, quasi sempre frutto della pochezza dei difensori. Quanto alla Juve, la spiegazione è ancora più elementare. La “mia” Juventus, assassinata nel 2006, non esiste più. Quella di oggi è un’altra storia. Una cosa in cui non mi riconosco, figlia di uno scandalo costruito a tavolino. Sappiamo ormai tutti perchè. A scanso di equivoci, ribadisco che non è una questione di successi. La Juve 2006/2012 potrebbe anche vincere tutto. Per me non cambierebbe nulla. Lo dico con amarezza. E’ finito un ciclo. Durato, con spasmodica passione, oltre 40 anni. Oggi seguo solo calcio estero e Champions League. Con l’occhio disincantato di uno a cui hanno strappato il sogno dalle mani. Da esteta del football non posso non provare simpatia per il Barcellona. Mi diverte anche il Borussia Dortmund. E sono incazzato nero con Sky, che da quest’anno non trasmette più Liga e Bundesliga. Per fortuna c’è Internet.

Buone feste a…

Buone feste a

a Nelson Mandela, 28 anni di carcere duro per combattere quella vergogna chiamata apartheid.

Buone feste a…

a Lionel Messi, il più grande calciatore di tutti i tempi. Non solo per i numeri.

Buone feste a…

Andres Iniesta e Xavi Hernandez, quando il calcio diventa poesia. 

Buone feste…

a Neil Young, non più ispirato come un tempo, eppure il suo falsetto riesce ancora ad emozionarmi.

Buone feste a…

Sean Connery, l’unico, inimitabile, James Bond. Dopo di lui, il buio.

Buone feste a…

tutte le persone libere, altruiste, coerenti, dignitose.

Buone feste a…

a tutti quelli che tengono in casa uno o più animali, perchè amarli non basta: bisogna anche accudirli.

Buone feste a…

a tutti quelli che si commuovono ancora davanti ad un film

a tutti quelli che si ribellano di fronte alle ingiustizie

ai giovani che inseguono un futuro incerto.

a tutti quelli che hanno il coraggio di dire “non ci sto”.

Buone feste ed un abbraccio virtuale a

Tito Vilanova.

Buone feste, dunque 

a tutti quelli che si sono riconosciuti in questo post.

A fanculo tutti gli altri.

Il calciatore atipico

Silverman è un calciatore atipico. Senza tatuaggi, senza orecchini, senza piercing, senza cresta. La sera, invece di andare in discoteca come i suoi compagni di squadra, se ne sta in casa a leggere un buon libro. I colleghi – numero limitato di sinapsi nel cervello – per non sentirsi schiacciati intellettualmente, inseguono le veline. Lui, invece, dopo una breve relazione con una fotomodella, si è sposato con Jennifer, una professoressa di filosofia. Così, la vita di Silverman, invece di stamparsi contro i muri della superficialità, ha preso una piega sorprendente.

Jennifer, la professoressa di filosofia, possiede una bellezza interiore travolgente. Una bellezza che fornisce ogni giorno a Silverman stimoli nuovi e mille motivi per riflettere. Jennifer ha messo sul piatto della bilancia il suo fascino e i suoi discorsi profondi. Più i suoi gatti Siamesi: Socrate e Platone. I due animali hanno impiegato ben poco per conquistarsi l’affetto di Silverman. La splendida colonna sonora delle loro fusa, estrema beatitudine per l’anima, emoziona il calciatore più di un goal. E l’impagabile piacere derivante da quelle presenze silenziose è ormai diventato il valore aggiunto di Silverman.

Silverman, pur avendo solo la licenza media, ha una discreta cultura, interamente frutto della sua curiosità.  Per questo motivo ama spesso ripetere la frase di Leo Longanesi “Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola”. Silverman, loquela sciolta e buona proprietà di linguaggio, fa molta fatica ad interagire con i suoi compagni di squadra. Questi ultimi dispongono di un vocabolario personale di dodici parole. Tre delle quali messe a disposizione del massaggiatore. La dialettica forbita e le buone letture di Silverman riscuotono scarso successo presso le emittenti tv che, notoriamente, per non mettere a disagio i propri giornalisti, preferiscono invitare in trasmissione gli atleti che “scivolano” sui congiuntivi. Silverman, del resto, pur essendo un ottimo calciatore, non ha alcuna smania di apparire. Certe domande, in effetti, meritebbero schiaffi  più che risposte. E lui non è mai stato un tipo violento.

Il suo comportamento sul terreno di gioco, del resto, è sempre stato impeccabile. Testa alta, rispetto del pallone e del fair play. Mai una protesta, mai una lite con un avversario. Silverman reagisce alle provocazioni con il suo umorismo inglese. Quasi sempre incomprensibile per soggetti abituati a ridere con le barzellette di Pippo Franco. Dopo un goal – e ne segna abbastanza – Silverman esulta in maniera composta. Niente balletti e niente sceneggiate con la maglietta. Niente dito in bocca. Niente gesti plateali. Una gioia controllata. Senza alcuna concessione allo spettacolo. Perché lo spettacolo è il goal, non l’esultanza. Le coreografie lasciamole a Franco Miseria oppure a Sergio Japino.

Silverman, individuo indipendente ed anticonformista, non suscita grandi entusiasmi nello spogliatoio, diviso nei soliti clan. Gli argentini stanno con gli argentini, i brasiliani stanno con i brasiliani, mentre gli italiani, come gli succede spesso, si consegnano mani e piedi all’uomo forte. Anche l’allenatore, un tizio tutto casa e 3-5-2, non nutre particolare stima nei confronti di Silverman. Perché quest’ultimo, tipo solitario, non fa gruppo. Ed il calcio, si sa, sguazza dentro il suo ormai obsoleto campionario di luoghi comuni. Così come si esalta nella retorica di frasi come “Ci aspettano dieci finali” e “Voglio chiudere la carriera con questa maglia”. Senza contare la selva di dichiarazioni mononeuroniche del pre e del post-partita. Parole mandate giù a memoria e ripetute ad libitum. Parole che Silverman si rifiuta di pronunciare. Per una questione di anarchico pudore.

Silverman, semplicemente, non è così. Perché Silverman è un calciatore atipico. Senza tatuaggi, senza orecchini, senza piercing, senza cresta. Silverman è un tizio che non si fa suggestionare dalla civiltà dell’immagine. Dove l’apparenza conta molto più della sostanza. Dove il personaggio conta più della persona. Per Silverman il football è una cosa terribilmente seria, che va giocato con naturalezza, lealtà e vigore. Lasciando da parte il catenaccio, gli accordi sottobanco e le banalità di repertorio.

Ventisette anni non sono tanti per un calciatore, eppure Silverman sta già pensando a cosa farà quando appenderà le scarpette al classico chiodo. Acquisterà un casale nella campagna toscana per dare un tetto ai gatti bisognosi. Quei gatti che muoiono di freddo, di fame e di sete. Tanti, tantissimi gatti, con cui trascorrere il resto della propria esistenza. Altro che rimanere nell’ambiente del calcio come tecnico, osservatore o procuratore. Basta con la tattica. Basta con le moviole, gli intervistatori leccaculo e i presidenti isterici. La vita è altrove. La vita è con Jennifer. Con Jennifer, Socrate e Platone. Ed una pattuglia di gatti scatenati.

Tratto dal mio ultimo libro “Il senso della solitudine di un gatto”.