Un certo Guus

L’inventore della tattica antiBarca (ricordate Barcellona-Chelsea, semifinale di Champions del 2009?), fu un certo Guus Hiddink. Da allora in poi, tutti a copiare (malissimo) l’olandese. Compresi Mourinho e Allegri. Solo che il “catenaccio” di Hiddink aveva del metodo (finale mancata per colpa del fischietto norvegese Ovrebo), quello di Mourinho e Allegri no. Ovviamente stendendo un velo pietoso sugli arbitraggi di Benquerenca (direttore di gara del tristemente famoso Inter-Barca) e del mediocre referee svedese Jonas Eriksson che, ieri sera, ha negato un paio di rigori ai catalani: fallo di Abbiati su Sanchez e vistosa trattenuta di Mesbah su Puyol, su azione da calcio d’angolo. Naturalmente tutti ad elogiare (il verbo giusto sarebbe leccare) Allegri e il Milan – mentre due anni fa Mourinho fu addirittura santificato – e neanche una menzione per il maestro olandese. Uno dei più grandi di sempre.

L’eccezione e la regola…..

L’eccezione conferma la regola. Già. Ma quanto può andare avanti l’eccezione? Prendiamo la politica. Circa vent’anni fa, l’inchiesta denominata “Mani Pulite” mise un freno al sistema delle tangenti, ponendo fine, di fatto, alla prima Repubblica. Qualche mese di legalità, il tempo di cambiare un paio di facce ormai impresentabili, poi l’inevitabile ritorno alla corruzione. Quindi alla regola del malaffare. “Regola” non scritta ma costantemente applicata, che costa a questo Paese circa 60 miliardi l’anno. Prendiamo il football. Circa sei anni fa, l’ingannevole rivoluzione battezzata in maniera impropria Calciopoli, permise all’Inter morattiana – a secco di vittorie dalle guerre puniche – di conquistare quattro scudetti e, addirittura, una Champions League. Un lustro di successi ovviamente mitizzato dai soliti giornalisti scodinzolanti e dagli ineffabili opinionisti fintamente super partes. Domanda delle cento pistole: senza l’ingannevole rivoluzione battezzata in maniera impropria Calciopoli, l’Inter avrebbe trionfato ugualmente? La risposta è no. No. E poi ancora no. Perché la “regola” non scritta, ma costantemente applicata, dice che l’Inter morattiana, nonostante i massicci investimenti e il vasto spiegamento di forze, è da sempre abbonata alle batoste. Infatti l’eccezione, durata fin troppo, ha smesso di essere tale. Oggi possiamo dire che l’Inter morattiana è tornata alle origini. Ovvero alla sconfitta come consuetudine. Perché la regola, si sa, spazza sempre via l’eccezione. Tuttavia, guardando l’orizzonte, così squallido, eppure così “regolare”, noterete facilmente una grande anomalia: si chiama Juventus. La Vecchia Signora, sei anni dopo l’ingannevole rivoluzione battezzata in maniera impropria Calciopoli, rimane infatti una “simpatica eccezione”. Perchè l’Inter, la “vera” Inter, è tornata. La Juve, la “vera Juve”, non tornerà più. Amen.

La nostalgia

Ormai non ti fai più fregare dai mestieranti della politica.

Ormai non ti fai più fregare dalla religione.

Ormai non ti fai più fregare dai media.

Ormai non ti fai più fregare dalle banche.

Ormai non ti fai più fregare dagli imbonitori.Televisivi e non.

Ormai non ti fai più fregare dal calcio italiano.

C’è una sola cosa che riesce ancora a fregarti.

Si chiama nostalgia.

Una storia poco italiana….

Scrivo libri (le mie ultime fatiche sono le Guide 2011/12 di Premier, Liga e Bundesliga) e i libri, essendo prodotti, si stampano per essere venduti. Siccome le mie guide si rivolgono anche agli addetti ai lavori, ogni anno, di concerto col mio editore, cerco di fare la giusta promozione presso i clubs italiani, con un’eccezione: ho chiesto che fosse depennata dalla lista la seconda squadra di Milano per motivi “ideologici”. Così, nell’Aprile scorso, dovendo lanciare sul mercato le nuove guide 2011/12 (Liga e Bundesliga, la Premier è già al terzo anno) ho mandato una serie di sms a mezza Serie A, offrendo in omaggio due copie di Guida alla Premier 2010/11. Tra le tante risposte, ecco quella di Marmotta, che m’invita a contattare la sua segretaria via mail al fine di fissare un appuntamento. Premessa: quando Marmotta era ancora alla Samp, il club ligure (alla faccia della presunta tirchieria genovese) fu l’unica società italiana ad acquistare alcune copie di Guida alla Premier 2009/10, allora al debutto ufficiale. Qualche giorno dopo squilla il telefono: è la sede della Juve. Stabiliamo un giorno e, un giovedì di fine Aprile 2011, mi presento in Corso Galfer con mio cognato. E’ la prima volta. Ne approfitto per sedermi sulla storica panchina di legno, sotto lo sguardo severo del portiere che, dopo qualche secondo di indulgenza, mi prega di alzarmi dal “cimelio” onde evitare il cedimento dello stesso. Non certo per il mio peso, bensì per la fragilità della panchina, un tempo situata nel centro di Torino. L’occasione è propizia anche per toccare con mano i trofei conquistati dalla Vecchia Signora, indugiando particolarmente sulle Coppe dei Campioni e le Coppe Intercontinentali. Il rendez vous è fissato per le 11, ma ci dicono di pazientare. L’attesa si protrae fino a mezzogiorno poi, finalmente, ci ricevono. Siamo nell’ufficio di Paratici. Ci sono il direttore sportivo e, ovviamente, Marmotta. C’è anche Gianluca Pessotto, intento a leggere Tuttosport. Lo saluto con affetto. Ricevo i complimenti per le mie guide e colgo l’accasione per annunciare che, a Settembre, Guida alla Premier verrà affiancata da prodotti analoghi riguardanti la Liga e la Bundesliga. Il clima, abbastanza dimesso, risente delle deludenti prestazioni in campionato della Juve, reduce dal 2-2 casalingo contro il Catania. Le facce di Marmotta e Paratici sono tirate. Dietro quelle espressioni stanche c’è una grande pressione e probabilmente un briciolo di paura. Sono cordiali ma freddi. Devo pubblicizzare i miei libri e so che la Juve potrebbe richiederne parecchi. Ma c’è un grosso problema: non ho il psychique du role del leccaculo. Detesto genuflettermi davanti al prossimo e solo il cielo sa quanto questo mi è costato questo imperdonabile “difetto” nella vita reale. Preferisco presentarmi “alla pari” anche di fronte ai potenti. E questo non piace a coloro che sono abituati a circondarsi di adoranti signorsì. Sento che il tempo sta per “scadere”. Ma farei un torto a me stesso se me ne andassi senza rivelare la mia “identità”.Sono un rancoroso juventino” dico all’improvviso turbando la quiete del colloquio, “e non mi riconosco nella Juve 2006/2011″. Marotta e Paratici mi guardano come fossi un marziano. Ormai ho scoperto le mie carte e adesso non mi resta che rincarare la dose. “Voi avete commesso degli errori, ma il vero “distruttore” della Juve si chiama John Elkann“. Ecco, adesso l’atmosfera si è fatta davvero pesante. Mi osservano con un’espressione del tipo “questo deve essere pazzo”. Io invece sto benissimo. Al punto che, in un momento di presunzione, chiedo a Paratici se posso segnalargli i nuovi talenti del calcio estero. Per riconoscenza nei confronti della Juve 1897/2006, l’unica possibile, sarei disposto a farlo gratis. La risposta è: “ma qui abbiamo già un sacco di osservatori. Inoltre, possediamo un software che, una volta inserito il nome del giocatore, fornisce la relativa scheda con tanto di video”. Già, visti i risultati, chissà cosa osservano quei signori. Quanto al software miracoloso, la domanda è: se non conosci il nome del calciatore, cosa digiti, Big Jim? Paratici, in un lampo di magnanimità, mi allunga il suo bigliettino da visita: “Mi mandi pure una mail. Ma non si aspetti risposte rapide”. Adesso il tempo è scaduto davvero. Ci accompagnano verso l’ascensore. Avverto un leggero fastidio, come se avessimo violato il codice del “volemose bene”. Probabilmente non compreranno neanche una copia e il mio editore non sarà contento, ma io sono orgoglioso di me stesso. Perchè i miei libri sono in vendita, le mie idee no. Non sono disposto a nasconderle o barattarle, solo per compiacere i miei interlocutori. Morale della favola, perchè in questa vicenda c’è una minuscola morale, ho raccontato questa storia per lanciare un piccolo messaggio alle nuove generazioni. Se ho resistito alla “tentazione” io, che non sono più di primo pelo, potete farlo anche voi. Non rinnegate le vostre idee e i vostri principi per niente al mondo. Tenete sempre la testa alta, anche di fronte ai padroni del vapore. Così facendo avrete una vita tortuosa e complicata e, a volte, vi sembrerà di aver sbagliato strada. Ma poi, guardandovi allo specchio, capirete che avere la coscienza leggera non ha prezzo.

L’allenatore ansiogeno

Sono celebrati, strapagati, a volte santificati. Quando va bene si prendono meriti e medaglie, togliendo la scena a quelli che dovrebbero essere gli attori principali. Quando va male vengono accompagnati all’uscita. A calci nel sedere oppure dolcemente, dipende dallo Zamparini di turno. In questo blog mi sono già occupato di loro. Torno sull’argomento per descrivere una figura che sembrava tramontata e che invece sta prendendo il sopravvento nel calcio isterico e volgare di oggi: l’allenatore ansiogeno. Si tratta di un personaggio che staziona a bordocampo per tutti i novanta minuti della partita, stressando i propri calciatori con disposizioni e ordini inutili come i programmi di Giuliano Ferrara. Più agitato di un cocktail, protesta continuamente con arbitro e quarto uomo, rivendicando un corner non concesso alla sua squadra durante il fondamentale Nocerina-Solbiatese. Sempre sull’orlo di una crisi di nervi, risponde in maniera piccata all’unico giornalista che gli pone una domanda discretamente intelligente (scomoda sarebbe sconveniente per la categoria), gridando al complotto per un rigore che tutti quanti hanno visto. Dopo duecento replay. A questo signore, che avvelena i pozzi del calcio e distrugge il talento dei calciatori, bisognerebbe spiegare alcuni concetti, elementari anche per Pippo Franco e Dj Francesco. 1. L’allenatore, quando è veramente in gamba (e quelli bravi si contano sulle dita di una sola mano) non incide mai oltre il 25% sulle fortune di una squadra. 2. Le partite si preparano prima di entrare in campo e si correggono (eventualmente) durante l’intervallo. 3. I calciatori vanno responsabilizzati, motivati e non troppo assillati tatticamente. Altrimenti, e questo vale soprattutto per quelli più dotati tecnicamente, si corre il rischio di snaturarli. 4. A determinare le vittorie – da quando esiste il football – sono i fuoriclasse e non gli allenatori. Nessun tifoso del Barca, dovendo scegliere tra Messi e Guardiola, opterebbe mai per il secondo. 5. Più che riempirsi la bocca di moduli  e schemi – dovendo gestire rose di 25 calciatori – bisognerebbe avere l’accortezza di leggere  qualche buon libro di psicologia.

La “vera” Juventus

Il calcio italiano – lo sappiamo tutti – è sempre stato indecente. Tuttavia, prima del 2006, al netto delle irregolarità commesse dai clubs (chi più, chi meno) e degli errori arbitrali, sul campo vinceva quasi sempre il più forte. E questo rendeva tutto, se non proprio credibile, almeno accettabile. Dopo la bomba ad orologeria di Calciopoli, che ha squarciato la storia della Juve, ridimensionando il ruolo dei bianconeri, il calcio italiano – lo sappiamo tutti – non è cambiato affatto. Tuttavia, al netto delle irregolarità commesse dai clubs (chi più, chi meno) e degli errori arbitrali, il campo continua a premiare, quasi sempre, il più forte. Tutto questo, se non proprio credibile, potrebbe anche essere accettabile. Se qualcuno, nella turbolenta estate del 2006, non avesse distrutto la “vera” Juventus, l’unica possibile. Perché la “vera” Juventus vinceva contro tutto e contro tutti. Perché la “vera” Juventus non perdeva tempo a lamentarsi dei torti arbitrali. Perché la “vera” Juventus parlava solo sul rettangolo di gioco. Purtroppo la “vera” Juventus, l’unica possibile, non tornerà più. Diffidate delle imitazioni.

TAV, Tavolini e clochard

Nel Paese delle opere inutili e degli scudetti assegnati in segreteria (TAV e Tavolini), dei tecnici che indossano il sobrio Loden anche d’estate e dei seriosi dibattiti sulla farfallina di Belen, ogni tanto – per fortuna – si intravede una scintilla di luce. Sono piccoli bagliori, minuscole stelle che fendono il buio e alimentano qualche speranza per il futuro. Voglio quindi raccontarvi la storia di un incontro assolutamente casuale e, anche per questo, meraviglioso. Bar non troppo frequentato: pochi avventori e molti grappini. Si parla di politica e di calcio. Banalità assortite. Poi, mentre sto sorseggiando il mio caffè, sento una voce dal fondo. Una voce da doppiatore. “Ma ancora parlate di politica? Non capite che i politici sono ormai al servizio delle banche? Ormai tutti sono al servizio delle banche, giornalisti compresi. Quindi non bisogna dare retta ai media, che vogliono “venderci” una realtà che non esiste. La verità è che siamo un Paese sotto tutela. Dipendiamo economicamente dalla Germania e politicamente dagli Stati Uniti. Di cosa state parlando, dunque? Siete solo un branco di pecoroni, capaci solo di ripetere le cose sentite in tv o lette sui giornali. Dovreste vergognarvi. Altro che dimenticare il marcio che vi circonda bevendo grappini “. Incantato dal discorso, mi giro e vedo un signore filiforme, sguardo magnetico, che parla agitando un bastone. Età ipotetica: 75/80 anni. Lo guardo fisso negli occhi per qualche secondo e una lama d’ottimismo mi trafigge il cuore. Quindi, come se fosse una cosa normale, vado a stringergli la mano. Poi esco e mi sembra di avere la leggerezza di una piuma. Dopo qualche giorno torno in quel bar, più o meno alla stessa ora, ma quell’uomo non c’è. Chiedo informazioni al barista: “Sta parlando di quel barbone che viene ogni tanto? Quello è completamente matto, sa? Non sa quello che dice. E poi mi deve 6 euro.” A quel punto, indignato da tanta ignoranza e cattiveria, estraggo dalla tasca 6 euro e dico “ecco, adesso il debito è saldato”. E mi faccia un favore, impari a valutare meglio le persone. Grazie e arrivederci”. In strada, immerso in una serenità lieve e inaspettata, mi sembra di camminare dentro una nuvola di borotalco. Penso a quanto sarebbe bello questo Paese. Senza gli italiani.

Lezioni di juventinità

Buongiorno dal blogger meno seguito del web. Poco letto ma (pare) abbastanza ascoltato visto che il soprannome Marmotta, coniato dal sottoscritto due anni fa, è ormai entrato nel linguaggio dei tifosi juventini. Così come “il petroliere ecologista”, espressione inventata ai tempi di Magazine Bianconero. Potenza di internet. Luogo adorabile ma non perfetto. Basterebbe un briciolo di educazione in più, magari avendo l’accortezza di citare (ogni tanto) la fonte. Purtroppo, essendo il blogger meno seguito del web, sono costretto, ancora una volta, a parlare di me stesso. Poche ma sentite righe, indirizzate ai sostenitori bianconeri. Ho “frequentato” la Juve per circa quarant’anni. Sempre presente: sia nel momento inebriante della vittoria, sia, a maggior ragione, nel doloroso frangente della sconfitta. Purtroppo, dopo la presa per i fondelli del 2006, la mia passione si è gradatamente spenta. Senza che io potessi fare nulla per impedirlo. Il cuore sarà pure un muscolo, ma non tollera inganni e tradimenti. Per me la Juve è stata assassinata nel 2006. Il resto è aria fritta. Detto questo, non accetto lezioni di juventinità da nessuno. Perché, per difendere la la ”vera Juve” – l’unica possibile – dalle accuse infamanti di nemici e presunti amici, ho fondato 2 giornali e pubblicato 2 libri su Calciopoli. Inoltre, insieme al regista Stefano Grossi, sto ultimando un film-documentario sulla farsa del 2006. Non mi sembra poco. Se ogni tifoso juventino avesse fatto la metà di quello che ho fatto io per la Vecchia Signora (invece di sostenere la società appoggiando campagne acquisti demenziali, riempiendo lo stadio e comprando magliette), forse la Juve avrebbe già avuto giustizia. Invece, a 6 anni di distanza da Calciopoli, siamo ancora alla vigile attesa di Andrea Agnelli.

Il blogger meno seguito del web….

Ieri, 2 Marzo, sono stato intervistato da Calciomercato.com per la rubrica Talk Juve. Le mie risposte – non esattamente all’acqua di rose – hanno suscitato, come ampiamente prevedibile, le solite polemiche bipartisan. I tifosi interisti e juventini, per opposti motivi, non mi “amano”. Guai a ricordare ai primi le telefonate prescritte di Facchetti. Guai a ricordare ai secondi l’incoerenza di Andrea Agnelli. Fin qui, nulla di nuovo. Le opinioni libere e anticonformiste, si sa, vengono mal digerite dalla massa, abituata a mandar giù gli escrementi prodotti dai principali media di Giralaruota. Tranquilli: far parte di una minoranza non mi spaventa e comunque non è questo il punto. La cosa che più mi infastidisce è la malafede. Ovvero, esempio numero 1, dire “Uno che sostiene di aver scoperto Ibrahimovic, Drogba, Robben si commenta da solo”. Ma cosa significa? Mi dite quante persone conoscevano Ibrahimovic, Drogba e Robben quando giocavano, rispettivamente, nel Malmoe, Le Mans e Groningen? Poche, pochissime. Non parliamo poi degli scouts italiani, sempre in ritardo come il treno Milano-Reggio Calabria. E’ quindi una colpa o un merito averli segnalati? Esempio numero 2: “è il blogger meno seguito del web…scrive articoli che spesso nulla hanno a che veder col calcio, anche se poi si autoreferenzia come grande esperto di questo sport per il quale ha colelzionato libri di copincolla che chiunque potrebbe realizzare”. A parte l’uso maldestro dell’italiano, notare le numerose insinuazioni contenute nello scritto. Blogger meno seguito? E chi se ne frega! Per avere tanti visitatori bisogna essere “democristiani” ed io non lo sono mai stato. Grande esperto di calcio? In questi anni, le maggiori gratificazioni per le mie Guide su Premier, Bundesliga e Liga sono arrivate da gente come Ancelotti, Lippi, Beccantini e Gino Pozzo. Conta più il loro parere o quello di uno che non sa distinguere un lavoro fatto con passione, competenza e amore da un volgare copia e incolla? Valutate voi.