Gerontocrazia

Nel mondo domina ed imperversa una generazione venuta alla luce tra gli anni venti e gli anni quaranta. E’ una gerontocrazia corrotta e senza scrupoli, disposta a tutto pur di conservare il comando. Vecchi bacucchi che ingombrano la scena da diversi lustri nella politica, nell’economia, nell’informazione, nella televisione, nello sport ed in tutti i settori strategici della vita pubblica. Babbioni vanitosi, irascibili e bugiardi. Impossibile scalzarli dalla poltrona: per loro il potere è tutto.
Dicono che la vecchiaia porti saggezza. Non è vero: spesso si limita ad accentuare i nostri difetti. Perchè pochi hanno la moralità di Nelson Mandela e Josè Mujica. Inoltre, il mancato ricambio, è un ostacolo alla crescita, allo sviluppo, all’innovazione.

Recensione “Le parole che vorreste dirmi”

Frequento Renato La Monica da alcuni anni.

Ci siamo conosciuti scambiandoci i nostri libri, argomento monotematico, la Juventus.

Abbiamo pure scritto un libro insieme, stesso tema, sempre quello.

In seguito, i nostri interessi sono cambiati: io ho iniziato a uccidere virtualmente un po’ di persone, facendo scovare i colpevoli a un avvocato di provincia, disincantato ma ancora tenacemente convinto di poter riscuotere dalle persone un po’ di calore umano, specialmente se si tratta di persone di sesso femminile.

Renato, invece, nei suoi libri fa “parlare” gli animali, esseri ritenuti, non a torto, superiori agli umani.

Almeno, a certi umani, mirabilmente tratteggiati nei loro atteggiamenti più meschini, privi di solidarietà fra di loro, ma anche nei confronti dei nostri amici a quattro zampe.

Il disinteresse dell’uomo verso i quadrupedi è spesso presentato come una caratteristica irrinunciabile, autentico marchio di fabbrica del bipede medio, ottuso al di là di ogni ragionevole dubbio.

Ma l’animale sa accontentarsi di poco: una carezza, una coccola di cibo, un giardino nel quale essere lasciato in pace.

E per fortuna, sullo sfondo, compaiono anche persone che gli animali sanno amarli e rispettarli.

Renato, come dicevo, fa parlare e pensare i cani e i gatti di questo libro, esprimendo attraverso le loro parole un pensiero sul triste tempo nel quale ci tocca vivere.

L’opportunità è ghiotta e l’autore non perde certo l’occasione per osservare il mondo attraverso gli occhi di un felino o di un cane.

I giudizi sono taglienti, ma sempre rigorosi, precisi.

Renato ha il raro dono di modellare le parole con una maestria ormai difficile da riscontrare alle nostre latitudini.

I cani e i gatti di questo libro sono colti, citano José Revueltas, Benjamin Franklin, Bill Shankly, Albert Bruce Sabin e tanti altri, scrivono bellissime poesie e sanno donare solidarietà ai propri simili.

Insomma, immergendosi in questo volumetto prezioso, è finanche possibile prendere atto, per qualche lungo istante, di come il mondo non sia poi così brutto.

Mauro Sangiorgi (scrittore e avvocato)

Il poeta dimenticato

Ci sono storie che escono lentamente dalla penombra del tempo. Storie che nuotano disperatamente nell’oceano di squali del mondo. Storie che si fanno largo nel caos che avvolge le nostre esistenze usando unicamente il candore universale della musica. Storie tormentate, che impiegano una vita per arrivare a destinazione. Ma, quando il loro viaggio finisce, non puoi che riceverle nel delicato involucro del cuore. Storie incantevoli, strappate ad un dolore che sa di sigarette e whisky. Storie come quella di Bill Fay, un cantautore galantuomo. Forse troppo galantuomo per questo pianeta infame.

Chi ha ascoltato i suoi primi 2 album (Bill Fay e Time of the last persecution) ha impiegato pochi nanosecondi per innamorarsi delle ballate di Bill, avvolte in atmosfere psichedeliche. Canzoni drammaticamente intense, intrise di una poesia luminosa, eppure stroncate da una critica superficiale, che non esitò a definire Fay una sorta di ritardato mentale. Neppure il pubblico comprese la magia introspettiva del pianoforte di Bill, bocciando senza pietà le sue composizioni. Silurato senza tanti complimenti dalla sua casa discografica, a Fay non restò altro da fare che chiudersi nel limbo di una invincibile malinconia. Una solitudine musicale durata quasi quarant’anni, senza considerare l’album Tomorrow, Tomorrow and Tomorrow, registrato nel 1981 e mai dato in pasto al mercato e una raccolta di sue vecchie canzoni, Still some Light, pubblicata nel 2010.

Come nelle favole, un giorno nella vita di Bill è apparso qualcuno che ha voluto restituire il maltolto all’ormai sessantanovenne cantautore inglese. Un riconoscimento tardivo ma sacrosanto. Ascoltare per credere Life is People e Who is the sender, i due ultimi album di Fay. Due capolavori assoluti. Delicate armonie che provengono dalle zone più profonde dell’anima. Canzoni da ascoltare in rigoroso silenzio, per catturare fino in fondo la morale della storia di Bill. Che, in fondo, è questa: puoi anche imprigionare il talento nelle stanze ottuse del conformismo. Tanto, prima o poi, una forza invisibile lo riporterà alla luce.

L’addio di Gerrard

L’esistenza di Steven Gerrard è rimasta profondamente segnata dalla scomparsa del cugino Jon-Paul Gilhooley, una delle 96 vittime della strage di Hillsborough, avvenuta il 15 Aprile 1989. All’epoca, Gerrard, un anno più giovane di Jon-Paul, era già entrato nell’academy della sua squadra del cuore: il Liverpool.

Fu il tecnico francese Gerard Houllier a portarlo in prima squadra, facendolo debuttare in Premier League a fine novembre 1998. Da quel momento, nonostante diversi infortuni, Steven non ha più mollato la presa, fino a diventare capitano ed uomo simbolo dei reds. Una fedeltà messa a dura prova nel 2005 dalle insistenti avances del Chelsea di Roman Abramovich, disposto a spendere cifre iperboliche pur di assicurarsi i servigi del centrocampista. Proposte respinte soprattutto per la ferma opposizione del padre di Gerrard, acceso sostenitore dei reds. Con quel rifiuto Steven si è guadagnato l’amore eterno dei tifosi del Liverpool che, in un recente sondaggio, l’hanno posizionato al secondo posto (dietro Dalglish) nella classifica dei calciatori più amati di tutti i tempi.

In fondo qualche soddisfazione è arrivata anche con i reds, tra cui spicca la Coppa Campioni vinta nel 2005 ad Istanbul. Nella sua autobiografia, uscita nel 2006, Gerrard ha voluto ricordare il cugino con la toccante dedica “Io gioco per Jon-Paul”.

Tratto dal mio libro “Coppa Campioni Story”, Curcio editore.

Ps: ieri pomeriggio, dopo 17 anni, 709 partite ufficiali e 184 reti, Steven ha salutato per l’ultima volta il pubblico di Anfield. Un addio che strappa al calcio una delle sue ultime, scintillanti, bandiere.

La sinistra…

La sinistra – ditelo a Vendola e Berlusconi – è morta con Enrico Berlinguer. Ma anche se la sinistra, intesa come rappresentanza politica, non esiste più, ci sono ancora tante persone di sinistra. Persone che non hanno smesso di sognare un pianeta più equo e solidale, dove tutti possano avere un’opportunità. Un mondo più sobrio, che abbia un occhio di riguardo per le fasce sociali più deboli. Un mondo pieno di cultura e senza guerre inutili. Un mondo a misura d’uomo, dove i ricchi non siano ricchi da fare schifo e i poveri abbiano almeno lo stretto necessario per vivere dignitosamente.

La minoranza

Bertold Brecht diceva “Ci sedemmo dalla parte del torto perchè tutti gli altri posti erano occupati”. Ecco, per indole e temperamento sarò sempre seduto sui banchi dell’opposizione. Perchè il potere è quasi sempre brutto, sporco e cattivo. Perchè, se fai parte della maggioranza, significa che hai accettato qualche compromesso. Perchè l’applauso facile ed il consenso unanime non m’interessano. M’interessa molto, invece, essere padrone di me stesso. Libero di pensare con la mia testa. Libero di di sbagliare. Libero di fare scelte anche impopolari. Libero di mandare a fanculo chi mi pare. No, non avrò mai paura di far parte di una minoranza. Perchè la minoranza guarda il mondo con gli occhi della coerenza.