Ho sempre vissuto il calcio come passione, una passione viscerale che da diverso tempo ha lasciato il posto all’abitudine.
Si, oggi seguo il football solo per abitudine.
E mi tengo alla larga dal calcio parlato, terreno per giornalisti e opinionisti inaffidabili come Giuliano Ferrara davanti a un buffet.
Si, oggi seguo il football solo per abitudine.
Perché non mi riconosco in un prodotto, oggi preferisco chiamarlo così, un prodotto siliconato, monotono, soporifero.
Le partite sono pallose e annoiano anche i grandi campioni del passato, che, per principio, rifiutano di guardarle.
Michel Platini ha addirittura lanciato l’idea di togliere un calciatore e far giocare le squadre dieci contro dieci.
Ovviamente si tratta di una provocazione, ma il senso delle parole di Platini è molto chiaro: usciamo da questo vicolo cieco.
Ridiamo nuova linfa al gioco.
Perché ormai, salvo rare eccezioni, le partite sono tutte uguali.
Lagnose come un monologo di Saviano.
Non ci sono spazi, hanno eliminato dal gioco il dribbling, severamente proibito dagli allenatori, per scoraggiare chi osa provarlo, hanno messo una dura punizione: trascorrere una giornata con Adani.
Hanno relegato il cross a un ruolo di comprimario: si arriva sul fondo e si ritorna indietro, fino al portiere.
La manovra comincia sempre dal basso, anche con difensori che al posto dei piedi hanno il marmo di Carrara.
Ci si passa la palla per un quarto d’ora, con una serie di tocchi orizzontali che fanno sembrare piacevole persino una riunione di condominio.
Mancando la tecnica, ci si attacca al pressing: chi ha la palla viene seguito anche in bagno e mollato solo quando sta per tirare lo sciacquone.
E poi c’è il Var, che rende tutto più ridicolo.
