Si chiamava Speed e non spread

 La notizia della scomparsa di Gary Speed, trovato impiccato dalla polizia  nella sua abitazione di Huntington, è passata quasi inosservata. Questo perchè il mondo del calcio tende a rimuovere le vicende che possono intaccarne l’immagine. Nessuno deve permettersi di scalfire quella facciata da famiglia perfetta, in stile Mulino Bianco. Le apparenze vanno salvaguardate e la depressione non è materia di discussione per un movimento che intende mostrarsi sempre puro, casto e pulito. Eppure, se nelle stanze dei bottoni ci fosse meno ipocrisia, il football potrebbe fungere da ottima cassa di risonanza per combattere seriamente il cosiddetto male oscuro. In quel tunnel buio e senza apparente via d’uscita  si erano già infilati – solo per citare gli ultimi casi – Sebastian Deisler, Gianluca Pessotto e Robert Enke. Quest’ultimo – a cui ho dedicato “Guida alla Bundesliga 2011/12″ – deve essersi sentito perduto dopo la tragica morte della figlioletta. Fino al punto di buttarsi sotto un treno in corsa. A distanza di 2 anni dal suicidio del portiere tedesco, il calcio deve fare i conti con un’altra tragedia. L’estremo gesto di Gary Speed, 42 anni, una moglie e due figli, ha colto tutti alla sprovvista. Anche noi, che oggi proviamo a ricordarlo. Gary Speed non è stato certo un fuoriclasse del pallone. Questo non gli ha impedito di entrare nella top ten delle presenze all time del massimo campionato inglese. 604 partite. 2 in meno di Bobby Charlton. Dove non arrivava la classe, ecco il professionista esemplare. Tanta umiltà e una determinazione feroce: queste le principali prerogative caratteriali del gallese, attivo fino a 40 anni, quando ha chiuso la sua carriera da calciatore con la casacca dello Sheffield United. In precedenza, Gary aveva indossato le maglie di Leeds, Everton, Newcastle e Bolton. Centrocampista lento ma tatticamente abile, Gary aveva un buon senso della posizione e un sinistro letale, anche dalla distanza. Come documentano ampiamente le 81 reti realizzate in prima divisione. Ricca di soddisfazioni anche l’avventura con la Nazionale del suo Paese: 85 caps (secondo posto assoluto dietro Neville Southall) e 7 segnature. Da circa un anno, dopo una breve parentesi come manager dello Sheffield United, Speed era diventato il selezionatore del Galles. Ruolo che stava ricoprendo con buoni risultati. Fino a quando Gary, dopo aver disorientato tanti portieri, ha deciso di spiazzare anche il destino.

Un pensiero su “Si chiamava Speed e non spread

  1. Concordo pienamente, Renato.
    Non una parola in più oltre a quelle dell’annuncio della sua morte. Non una parola in più spesa per ricordare. Non una parola in più per non dimenticare che cos’è questa terribile malattia che attanaglia la nostra società,quella del consumismo e del materialismo: la depressione. Neppure un battito di ciglio per invitare l’umanità tutta, prendendo spunto da queste vite strappate, a rivedere le sue basi scricchiolanti su cui poggia e ad affrontare -allo stesso tempo, tentare di risolvere- i mali occulti della nostra era. Perchè storie simili a quella di Gary Speed se ne sono avute e lette/sentite tantissime nel mondo del calcio (Agostino Di Bartolomei ne è un esempio) e della notorietà in generale. Ma se già si è “sordi” al grido di personaggi noti come Pessotto, Speed e Di Bartolomei, si potrà mai dare spazio al grido ancor più assordante di un qualunque “cittadino del mondo” che, perse le poche certezze da cui la vita umana si erge, entrato nel labirinto della morte, è costretto a doverci rimanere per sempre? Si potranno affrontare tematiche del genere senza vincoli alcuni? Si potrà dar voce a chi ha l’esigenza di parlare? Si potrà ascoltare chi vuol essere ascoltato? Si potrà aiutare chi ha bisogno di aiuto? Si potrà salvare una vita umana, smettendo di pensare, per una buona volta, all’utilitarismo e al materialismo? Si potrà cambiare questo Pianeta? All’ essere umano l’ardua risposta.

Lascia una risposta