La vita è altrove

La vita è altrove

non chiedetemi dove

non chiedetemi quando

c’è troppo squallore

nelle persone cosiddette normali

e non c’è più molto da dire

solo ascoltare il suono della propria coscienza.

La vita è altrove

non chiedetemi dove

non chiedetemi quando

lasciatemi solo

in mezzo ai malati terminali

non dirò una parola

basta il simbolo di una presenza.

La vita è altrove

nei luoghi della sofferenza

nei sogni che non vedranno mai l’alba

dentro gli occhi di un clochard

La vita è altrove

ma, prima o poi, arriverà anche qua.

Calciopoli, il grande inganno

In Italia, ormai da diversi anni, esiste un regime politico-economico-mediatico. Se non fai parte di questo blocco di granito, non esisti. Se ti azzardi a combatterlo rischi di essere stritolato dal suo abbraccio mortale. Chi non è stato ucciso fisicamente è stato condannato ad una sorta di morte civile. Emarginato. Messo in condizioni di non nuocere. Quando il regime politico-economico-mediatico vuole sbarazzarsi di qualcuno o qualcosa, per raggiungere l’obiettivo impiega pochissimi nanosecondi. Al riguardo, quanto accaduto alla Juventus, è ampiamente esemplificativo.

Perchè Calciopoli, il grande inganno? Semplice, perchè il regime politico-economico-mediatico ha voluto darci in pasto un banchetto pieno di bugie. Perchè la versione ufficiale – come spesso accade nelle repubbliche delle banane – è distante anni luce dalla verità. Ma come sono andate realmente le cose? Ecco la nostra ricostruzione, supportata da fatti, indizi e deduzioni più o meno logiche. 24 Gennaio 2003: a Villa Frescòt, dopo una lunga malattia, si spegne Gianni Agnelli. 27 Maggio 2004: nella sua residenza della Mandria, all’età di 70 anni, muore anche Umberto Agnelli. Così, nel giro di un anno e mezzo, per un tragico e ineluttabile destino, la Juve perde i suoi punti di riferimento. E i suoi più grandi tifosi. Per Gianni ed Umberto la Juve rappresentava un simbolo. Una passione vera e propria, un’oasi di pace, da non confondere in alcun modo col business. Per Gianni ed Umberto la storia luminosa della Vecchia Signora doveva essere protetta e salvaguardata. Così come lo stile, la sobrietà, la compostezza. Il motto della casa, applicato fin dal 1897, è sempre stato alto profilo in campo, low profile fuori dal terreno di gioco. Dogma che ha resistito stoicamente fino al 2006.

La scomparsa di Gianni ed Umberto apre scenari inquietanti all’interno della Fiat. La guerra di successione scatena “appetiti” e ambizioni. In questo contesto rovente nasce Calciopoli. Dopo la dipartita di Umberto, la Triade, già nel mirino di Luca Cordero di Montezemolo e degli Elkann, viene completamente isolata. Più che Moggi, il bersaglio è Giraudo e, indirettamente, Andrea Agnelli. Giraudo, uomo di fiducia di Umberto Agnelli, è da sempre inviso a Montezemolo, che invece gode dei favori di Susanna Agnelli. A loro volta, i due grandi “vecchi”, Franzo Grande Stevens e Gabetti, hanno il delicato compito di tutelare l’erede designato: John Elkann. In tutte queste trame di potere, si incastra il desiderio di strappare la Juve alla pur esemplare gestione di Moggi e Giraudo. Per quale motivo? Semplice, la Juve regala tonnellate di popolarità e fiumi di visibilità. Carte di credito morali da spendere a piacimento sul mercato per raggiungere le posizioni di comando all’interno del gruppo. Come la presidenza della Fiat e quella di Exor. Traguardi raggiunti (senza molta fatica) da John Elkann nell’Aprile del 2010. Dopo che i tutors Gabetti e Franzo Grande Stevens si erano premurati di “oscurare” la possibile ascesa di un pericoloso concorrente: Andrea Agnelli.

Naturalmente, Calciopoli non è stata solo una “faida” familiare, ma uno squallido intreccio d’interessi tra segmenti dell’alta finanza. Lato A: qualcuno cercava un pretesto per sbarazzarsi di Moggi e Giraudo. Lato B: qualcun altro, pure. Motivi diversi, desideri comuni. E qui torna in ballo il regime politico-economico-mediatico. Che esercita il suo potere attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione: reti telefoniche, giornali, tv. Un vasto spiegamento di forze che, se utilizzato simultaneamente, può mandare in corto circuito anche le democrazie più solide. Figuriamoci quelle apparenti.

Tronchetti Provera, all’epoca di Calciopoli presidente di Telecom e azionista dell’Inter, ha sempre avuto ottimi rapporti con Montezemolo. Al punto di sponsorizzare la candidatura del manager bolognese alla presidenza di Confindustria. Questo, ovviamente, non prova nulla. Le amicizie “trasversali” sono una delle caratteristiche di questo sgangherato Paese. Certo è che l’affaire Telecom, col suo corollario di intercettazioni illegali, dossier più o meno segreti, pedinamenti a giocatori ed arbitri e depistaggi dei servizi segreti, oltre alla misteriosa morte di Adamo Bove, entra a pieno titolo nelle pagine di Calciopoli. Al riguardo, giova ricordare che, nel 2006, Massimo Moratti figurava nel consiglio d’amministrazione dell’azienda telefonica. Mentre Carlo Buora, in quel periodo amministratore delegato di Telecom, era ancora vicepresidente dell’Inter. Guarda caso, dopo aver intercettato 171 mila conversazioni, gli inquirenti hanno trascritto solo quelle che potevano mettere in cattiva luce Moggi, Giraudo e la Juve. Guarda caso, le telefonate di Facchetti e Moratti e quelle delle altre società sono riemerse solo al processo di Napoli. Guarda caso, approfittando dei solidi rapporti con Telecom, la dirigenza dell’Inter ha commissionato una “pratica” sulle presunti irregolarità juventine. Guarda caso, Giraudo è stato condannato in primo grado (rito abbreviato) dal Gup Di Gregorio ancor prima che saltassero fuori i “peccati” di San Giacinto. Solo coincidenze? Può darsi. Certo è che il famoso “piaccia o non piaccia non ci sono telefonate di Moratti” pronunciato da Narducci nella requisitoria di apertura del processo di Napoli, è stato spazzato via come il parrucchino di Donald Trump durante una tempesta di vento.

Senza il fondamentale apporto dei media, abili a cavalcare su commissione l’onda giustizialista, Calciopoli non avrebbe avuto la stessa efficacia. In fondo, i 30 milioni di antijuventini, da sempre diffidenti verso ogni successo bianconero, chiedevano solo la conferma del loro atavico sospetto: la Juve vinceva rubando. Giornali e tv hanno solo certificato il principio che imperava da anni al bar dello sport.

Altra coincidenza: i giornali che più si accaniscono contro la Triade e la Juve sono La Gazzetta dello Sport, Il Corriere della Sera e La Stampa. Tutti organi d’informazione legati (chi più chi meno) alla Fiat. La parola d’ordine dell’estate 2006 è sputtanare l’orco Moggi, esposto al pubblico ludibrio attraverso la pubblicazione delle intercettazioni. Parallelamente, le penne più fedeli al petroliere con moglie ecologista, si premurano di rimarcare la “diversità” nerazzurra. Spianando la strada alle rivendicazioni interiste. Al resto penserà poi lo “sceriffo” Guido Rossi.

All’alba del 2006 il “sistema” calcio italiano è ancora “governato” dalle famose sette sorelle, diventate quattro dopo il decadimento di Parma, Lazio e Fiorentina. Il doppio designatore (Pairetto-Bergamo) è l’espressione di un nuovo potere, nato per spartirsi meglio la  torta dei diritti tv. Divenuti nel frattempo, attraverso una legge, da collettivi a individuali. Sul campo, la situazione è abbastanza fluida. C’è chi dispone di ingenti risorse finanziarie senza avere le necessarie conoscenze calcistiche. E c’è chi, abituato ad arrangiarsi con quello che passa il convento, può permettersi di mettere sul tavolo solo due pietanze, semplici ma squisite: competenza ed organizzazione. A riprova che i soldi non sono tutto (nella vita e nel calcio) Moggi e Giraudo lasciano solo le briciole alla concorrenza. Incredibile ma vero: nonostante il braccino corto della società, la Triade riesce a mettere insieme ben 12 di successi. Ogni vittoria, si sa, produce il suo carico di odio e invidia. Figuriamoci se a trionfare è la Juve. Figuriamoci se poi le affermazioni arrivano a costo zero.

E arriviamo al 7 Maggio 2006, giorno del famoso Juve-Palermo, quando John Elkann “scarica” ufficialmente la Triade. Una dissociazione anomala. Considerato che, ai tempi di Tangentopoli, i dirigenti della casa automobilistica torinese vennero difesi anche di fronte all’evidenza. Eppure in quella sede si dibatteva di tangenti, mentre stavolta si discute di quattro telefonate sgradevoli dal punto di vista etico, ma penalmente irrilevanti. A gestire l’emergenza Calciopoli viene chiamato Guido Rossi, un Commissario di chiara fede interista, ma legato anche al mondo Fiat. Il processo sportivo viene condotto con losca rapidità, eliminando un grado di giudizio. L’Uefa chiede i nomi delle squadre italiane da iscrivere alla Champions e non l’esatto ordine d’arrivo del campionato. Il solerte Guido Rossi, invece, dopo aver nominato tre saggi, decide di assegnare lo scudetto 2005/06 all’Inter. 

Al procedimento sportivo tutte le società coinvolte si difendono con le unghie e coi denti. Tutte tranne la Juve. Che prima patteggia la pena e poi minaccia di ricorrere al Tar. Ma è solo uno specchietto per le allodole. In realtà la società punta ad uno sconto sulla penalizzazione. Intanto Jean Claude Blanc, presente nel CDA bianconero già nel 2005 (doveva forse sorvegliare la Triade?) vende uno dei migliori giocatori del mondo, per una cifra tutto sommato irrisoria, proprio all’Inter del petroliere ecologista. Inoltre la squadra costruita con abilità dalla Triade viene depotenziata. La guida della Juventus FC viene affidata a individui completamente a digiuno di football, Tardelli escluso. La Juve cessa improvvisamente di essere un club di prima grandezza e sceglie una dimensione da simpatica Sampdoria. Ambizioni ridotte, allenatori di seconda fascia, acquisti improbabili. Ecco i principali motivi per cui non abbiamo mai creduto a Calciopoli.

Non occorreva essere dei geni per arrivare a questa conclusione. Bastava documentarsi, collegare gli avvenimenti, leggere dentro le pieghe dei fatti. Bastava poco, eppure quasi nessuno si è preso la briga di ispezionare il cassonetto della spazzatura. Ricapitoliamo: la Juve non ha comprato partite, non ha corrotto designatori, arbitri, assistenti. Non c’era nessuna cupola e nessuna associazione a delinquere, il sorteggio arbitrale era regolare, le ammonizioni preventive una boutade degli antijuventini e Paparesta non è mai stato chiuso nello spogliatoio. Ricapitoliamo: la Juve avrebbe condizionato il campionato senza alterare le partite. Una contraddizione in termini. Ricapitoliamo: non c’era un brandello di prova. Eppure la Juve è stata declassata in B e privata di 2 scudetti. Ma era da mettere in conto. Quando ti consegni ai tuoi nemici legato come un salame, ammettendo di essere l’unico colpevole del putridume, come puoi pretendere di ricevere in cambio abbracci e carezze? Adesso che il processo di Napoli sta smontando pezzo per pezzo il teorema, noi, che avevamo intuito tutto con larghissimo anticipo, ci siamo comunque accomodati dalla parte degli sconfitti. Perchè questa squallida storia è la perfetta rappresentazione del fetore che ci circonda. “Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete pensare di ingannare tutti per tutto il tempo”. Quando scriveva queste parole, Abramo Lincoln non aveva ancora conosciuto l’Italia. E gli italiani.

Tratto dal mio libro “Calciopoli, il grande inganno” (2010)

E’ solo un problema di budget….

Analizzando la partita contro il Bayern, Antonio Conte ha riconosciuto la superiorità dei bavaresi. Subito dopo, con una punta di malizia, tipico di chi non sa perdere, ha aggiunto “loro hanno speso 48 milioni solo per Javi Martinez e questo dice tutto sulla differenza di budget tra i due clubs”. A parte che i milioni sborsati per lo spagnolo sono 40, le parole di Conte ci hanno spinto a fare una piccola inchiestina (qualcuno deve pur farle visto che i media le trascurano da secoli) per verificare la tesi del tecnico bianconero. Teoria, come vedremo, totalmente campata in aria, che serve solo a giustificare la batosta di Monaco di Baviera. Infatti, se prendiamo in considerazione le ultime 3 stagioni, la Juve ha speso circa 209 milioni di euro contro i 129 del Bayern. In questo lasso di tempo i tedeschi hanno incassato solo 15,5 milioni dalle cessioni, chiudendo con un passivo di 113.5 milioni. La Juve ha invece ricavato dalle cessioni circa 76 milioni per un rosso complessivo di quasi 133 milioni. E’ vero che i bianconeri hanno comprato ben 29 calciatori contro i 10 del Bayern ma, come il calcio insegna, la qualità conta molto più della quantità. Tradotto in soldoni: mentre Marmotta prendeva Giaccherini, Matri e Martinez (quello sbagliato), il Bayern si metteva in casa Neuer, Mandzukic (fior d’attaccante) e Shaqiri. Quindi, ricapitolando, le parole di Conte vanno archiviate, per usare una perifrasi, alla voce “inesattezze”. Marmotta aveva il budget per rafforzare la squadra, solo che ha dilapidato i soldi per calciatori di basso livello. Il resto è aria fritta.

Ecco il dettaglio, euro più, euro meno.

Bayern

Acquisti

Mandzukic 13

Shaqiri 12

Dante 5

Martinez 40

Pizarro parametro zero

Neuer 22

Boateng 13

Rafinha 5

Petersen 2

Luiz Gustavo 17

Totale: – 129

Cessioni

Ekici 5.5

Petersen 0.5

Niedermeyer 3.5

Demichelis 3

Sosa 3

Totale: + 15.5

Saldo: – 113,5

Juventus

Acquisti

Peluso 1

Boakye 4

Masi 2

Caceres 8

Giovinco 11

Isla 9.4

Asamoah 9

Leali 3.8

Gabbiadini 5.5

Matri 18

Vucinic 15

Vidal 12

Quagliarella 15

Lichsteiner 10

Elia 9

Pepe 11

Giaccherini 6

Padoin 5

Motta 5

Bonucci 15

Krasic 15

Martinez 12

Storari 4.5

Rinaudo 0.6

Traorè 0.5

Barzagli 0.3

Estigarribia 0.5

Ekdal 1

Pirlo parametro zero

Totale: – 209.1

Cessioni

Krasic 7

 Elia 5

Immobile 4

Troisi 2

Melo 3.3

Pasquato 1,7

Pazienza 0.5

Ziegler 0.9

Sissoko 7

Ekdal 5.4

Giovinco 4

Sorensen 2.5

Pinsoglio 1.5

Amauri 0.5

Almiron 0.4

Diego 15.5

Poulsen 5.4

Ariado 3.8

Molinaro 3.8

Camoranesi 2

Totale: + 76.2

Saldo: – 132,9

Nota: inclusi prestiti onerosi e comproprietà.

 

Alaba, la Serie A è tutta qua…

Ieri sera anche gli obnubilati dal tifo si saranno accorti che la Serie A  è ormai diventata un torneo rionale, pieno di giocatori e squadre mediocri. In quel contesto non vince il migliore ma il meno peggio. Ecco perchè sostengo che il calcio italiano è morto nel 2006. I campionati degli ultimi sette anni non contano una mazza, perchè sono la conseguenza di quella truffa denominata Calciopoli. Un golpe che aveva il solo scopo di cancellare dalla faccia della terra la “vera” Juventus. L’unica possibile.

Guardatelo il calcio italiano. Fa sembrare fenomeni calciatori normali come Cavani, Palacio e Balotelli. Quest’ultimo, titolare inamovibile al Milan, al Man City era la riserva delle riserve.

Guardatelo il calcio italiano. Pieno di nani e ballerine tipo Giaccherini, Padoin e Peluso. Gente che non farei giocare nemmeno nella squadra del condominio.

Guardatelo il calcio italiano. E confrontatelo con quello inglese, spagnolo e tedesco. Non c’è paragone. Premier League, Liga e Bundesliga sono zeppe di campioni e giovani talenti, la Serie A è solo un’accozzaglia di mezze calzette. Ed il regno incontrastato dell’isteria.

Ieri sera la Juve 2006/2013, quella che mette in riga Siena, Catania e la squadretta del petroliere ecologista, ha ricevuto la lezione che meritava.

La meritava il portiere che fa comprare gli orologi dal tabaccaio, anche per aver pronunciato la frase “mai giocato con una difesa così forte”.

La meritavano l’algido ingegnere, il presidente in tenuta da golfista e il dirigente che ha pagato 18 milioni per avere in squadra nientepopodimeno che Matri.

La meritava anche l’allenatore più presuntuoso e sopravvalutato del pianeta, abile a preparare le partite contro Bologna e Chievo, salvo poi farsi intrappolare tatticamente da un Heynckes qualsiasi.

Concludendo. Per seguire ancora il calcio italiano ci vuole uno stomaco di ferro e una pazienza infinita. Io, non avendo mai avuto il primo ed avendo ormai smarrito la seconda, ho smesso da un pezzo.

E, da allora, sto molto, ma molto meglio.