L’ultimo viaggio

Dalla mia piccola terrazza, anticamera dei pensieri più luminosi, qualche volta osservo le nuvole di passaggio. A volte riesco a sfiorarne una con le dita. Sembra quasi di toccare le corde di una chitarra. Un misto di musica e pioggia attraversa l’anima. Poi, all’improvviso, dalla nuvola esce una storia. Una storia che comincia con un viaggio. Il viaggio di Elsa, 90 anni raccolti in un foulard e due occhi così grandi da contenere tutti i suoi ricordi. Elsa si aggirava per il mondo col suo sorriso largo e sdentato. Un sorriso dolcissimo, che si prendeva gioco del tempo, dei parenti e di una badante dispotica. Lo stesso sorriso con cui accolse anche la morte, giunta nella sua stanza senza alcun preavviso. L’ultimo viaggio di Elsa non fu certo memorabile. Sul volto dei parenti – che nascondevano il sollievo dentro i cappotti scuri – qualche lacrima di circostanza e un paio di starnuti. Un vicino di casa, riconoscente per la tazzina di zucchero e lo spicchio d’aglio presi in prestito (e mai restituiti) aveva sfoderato per l’occasione un temerario “mi dispiace”, nell’indifferenza dei partecipanti. La badante, vestita a lutto per la perdita dello stipendio, aveva approfittato del funerale per “trattare” con un’altra vecchietta. Nella fretta di congedare Elsa, tutti si erano dimenticati di prendersi cura di Liza, la gatta di Elsa. Abituata a stare tra le braccia della sua compagna di vita, Liza aveva perso il suo punto di riferimento. Un rapporto privilegiato e segreto, fatto di effusioni continue e di cibo delizioso e abbondante. Una complicità suadente e discreta, figlia di un amore profondo e a tratti inspiegabile. Come se Elsa e Liza fossero una cosa sola. Unica e indivisibile. Smarrita, confusa e disorientata, Liza si era rifugiata sotto il letto della sua compagna di vita. Giorni interi ad annusare il profumo di Elsa. Giorni interi a sognare il rassicurante calore delle sue braccia. Giorni interi con le orecchie tese ad ascoltare il suono di quel passo leggero. Giorni interi ad aspettare il rumore metallico di una scatoletta al salmone che si apre. Fin quando qualcuno si chiese dove fosse finita quella gattina dal mantello bianconero. Troppo tardi. Perchè Liza si era addormentata per sempre. Sognando di essere, per l’ultima volta, tra le braccia rassicuranti di Elsa.